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I vecchi e i giovani PDF Stampa E-mail

«I vecchi e i giovani» è il titolo di una celebre opera di Luigi Pirandello, ambientata nella Sicilia di fine Ottocento.

«I vecchi e i giovani» è il titolo di una celebre opera di Luigi Pirandello, ambientata nella Sicilia di fine Ottocento. I vecchi e i giovani sono i rappresentanti di due mondi al confronto, uno, quello dei residui testimoni del vecchio regime, che inesorabilmente esce dalla scena della storia, e l’altro che vi si affaccia, carico di ottimismo, e di pretese. È stato sempre così. Nessun passaggio generazionale è mai indolore. Porta con sé, insieme ai fremiti di una speranza talvolta eccessiva, magari ingenua, spesso vera, la sofferenza dell’incontro con il mondo e i suoi antichi compromessi, le sue odiate ipocrisie, la sua saggezza, che fastidiosamente sembra aver comunque ragione. E così il transito dai vecchi ai giovani è sempre come una nuova nascita, gravida dell’illusione della libertà e già gravata della fatica del cammino sulla solita, vecchia terra. Ma è davvero ancora proprio così? Certo è lecito domandarselo.

I giovani dei nostri giorni spesso vengono accusati di essere «privi di ideali» o di «non credere nei valori». Appaiono, nel migliore dei casi, come apatici, indifferenti, incapaci di appassionarsi alle cose belle e grandi dell’esistenza. Uno degli aspetti che maggiormente ne vengono posti in risalto è la perenne indeterminatezza, il fatto di rimandare sempre più in là le decisioni, come pure l’assunzione di responsabilità familiari, lavorative, sociali. Le relazioni personali divengono sempre più segnati dalla stessa fluidità, dalla riluttanza verso gli impegni definitivi. È un atteggiamento non più semplicemente caratteriale, un sintomo psicologico di debolezza o immaturità, ma una struttura della personalità. Di fronte alla pluralità di opzioni che la vita odierna offre praticamente in ogni ambito, i giovani di oggi scelgono consapevolmente di non scegliere, o almeno di differire le scelte, che comportano sempre delle inevitabili esclusioni. Invece oggi si tende a usufruire di tutto, a fare esperienza di ogni possibilità, in attesa che i tempi “maturino” o che semplicemente impongano in qualche modo le loro ragioni.

Una volta la giovinezza era considerata come un’età di passaggio verso la piena realizzazione umana ritenuta coincidente con la stagione della maturità, che costituiva una sorta di meta, di adempimento nella felicità faticosamente raggiunta. Oggi la gioventù è piuttosto una fase della vita dal valore in sé, conchiuso in se stesso, che merita di essere prolungata il più possibile, e in ogni caso vissuta “pienamente”, e che non chiede alla fase successiva dell’esistenza di essere guidata o protetta. Cade così anche la ragione educativa della maturità o della terza età. I giovani di oggi sono diffidenti più che mai dei maestri, e anche per questo ideologie vecchie e nuove raccolgono sempre meno adesioni.

Conosciamo forse ormai abbastanza le conseguenze negative che queste tendenze producono sulla situazione personale, familiare e sociale del tempo che ci troviamo a vivere. In genere è difficile non condividere le severe analisi che le riguardano. Ma per una volta vorremmo provare a condurre una lettura un po’ diversa.

L’indecisione è solitamente considerata un difetto, adesso per giunta elevato a contrassegno generazionale. Blocca le singole esistenze e, alla fine, il cammino delle comunità, si dice. Ma è possibile che sia soltanto un dato negativo, nefasto? L’indecisione, in fondo, è segno di inquietudine, di insoddisfazione, di incapacità di “adeguarsi” meramente all’esistente, accettandolo supinamente. È la traccia di una ricerca che non si appaga facilmente del convenzionale, del «si è sempre fatto così», fin quando non è convinta di essere approdata a una scelta veramente “autentica”. Questo è alla radice anche della fatica nell’impegnarsi in scelte vitali caratterizzate da definitività e irreversibilità. Si fa fatica a compromettersi in questo genere di scelte perché non si è sicuri della propria fedeltà ad esse. Di fronte all’eventualità di dover perpetuare un’esistenza “falsa”, solo apparentemente paga della perfetta corrispondenza tra gli ideali professati e la effettiva concretizzazione di essi, i giovani preferiscono evitare delle scelte che li incatenerebbero nelle spire dell’ipocrisia. Ciò solo superficialmente, in base a considerazioni all’insegna del buon senso, può essere considerato come del tutto negativo. Tante grandi storie di santità cristiana sono germinate dall’inquietudine, passando attraverso il vaglio doloroso della solitudine e dell’incertezza su di sé e il proprio futuro. Pensiamo solo a figure come Agostino o Francesco di Assisi. Se si fossero accontentati di soddisfare alla attese, legittime, che la loro posizione sociale, o la loro formazione intellettuale, o i loro stessi desideri più immediati chiedevano loro, siamo certi che avrebbero davvero obbedito al senso più profondo che il destino, o il loro Signore, aveva assegnato alle loro irripetibili vite? L’inquietudine è innanzitutto segno di apertura, di fondamentale disponibilità a ricevere il senso di una vita che si riconosce, alfine, come non appartenente del tutto a noi stessi, ma dono da scoprire, progressivamente, senza la fretta insana che i ritmi di vita che ormai diamo per necessari ci impongono spietatamente. Coltivando, anche contro ogni prevedibile buon senso, il sogno di un’autenticità e di una verità che noi sappiamo che Dio ha comunque seminato nel mondo che egli stesso ha creato, e che vi si nascondono macerando, nell’attesa che giunga qualcuno a raccoglierne con coraggio la sfida.

I giovani d’ogni tempo sono sovente stati accusati di troppe elucubrazioni mentali inconcludenti, a scapito della vita “vera”. È forse anche il caso di queste righe?

Appunto.

 

fr. Massimo

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