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Per chi ci vive o abita a Roma, è praticamente inevitabile passare spesso da piazza Venezia

Per chi ci vive o abita a Roma, è praticamente inevitabile passare spesso da piazza Venezia, cuore nevralgico, come vuole un’abusata immagine giornalistica, della capitale. È una vera bolgia infernale, tra fiumane di automobili impazzite, torme di autobus, valanghe umane di turisti erranti dietro la guida con l’ombrellino in mano, romani perennemente incavolati, gladiatori e centurioni, umanità varia, vigili urbani che complicano ineffabilmente il tutto. Spaventoso. Un contributo notevole all’incasinamento generale è dato dai visitatori che si arenano a guardare estasiati la “macchina da scrivere”, l’enorme monumentone ottocentesco a Vittorio Emanuele II. Agli stranieri generalmente quel magniloquente coacervo di statue, colonne, fregi, marmi e bronzi piace assai. Gli italiani di solito, invece, lo guardano con una certa aria di sufficienza, se non di fastidio. E come dar loro torto. Quella montagnona di marmo candido, del tutto estranea all’ambiente mirabile della città rinascimentale e barocca, fu in effetti probabilmente il più atroce intervento tra gli innumerevoli misfatti urbanistici perpetrati nella città eterna dopo che divenne capitale del Regno d’Italia. Ma forse non è semplice insofferenza estetica verso un intruso che s’è piazzato prepotentemente dove nessuno ce l’aveva invitato. Forse c’è anche molto disincanto verso l’opprimente carico di retorica che gronda da lì su, dall’“altare della patria”, come venne anche chiamato da quando, al termine della grande guerra, accolse le spoglie del milite ignoto. Forse perché la tremenda esperienza della guerra, passata la sbornia dell’infatuazione patriottica, non ha lasciato che il tragico ammaestramento che di guerre “grandi”, in realtà, nessuno può in coscienza dire che ce ne siano mai state.

 

Eppure, a suo modo, quel monumento aveva rappresentato, anche se con una dose di ingenuità un po’ troppo indigesta, la memoria di quella strana avventura, un po’ eroica, un po’ sgangherata, un po’ idealistica,un po’ nutrita di interessi molto, molto umani, un po’ agognata, un po’ sopportata, un po’ liberatrice, un po’ ingiusta, che era stata l’unificazione dell’Italia sotto la guida del Regno di Sardegna, negli anni 1861-70. Anche a chiudere un occhio, o tutt’e due, sulla forma concreta, si guardava, in fondo, al “vittoriano” con un certo orgoglio, lo stesso che nelle scuole, prima del Regno e poi della Repubblica, si insegnava a nutrire nei confronti della Patria, orgoglio condito col rispetto dei suoi simboli, dei suoi uomini “migliori”, della sua storia. Oggi non è più così. Non solo ai valori espressi dal monumentone si guarda con un sorriso di compatimento, ma la stessa unità d’Italia non infervora più molti cuori. Anzi, si può dire sia ormai messa continuamente in discussione. Non solo l’unità come processo storico, del quale si criticano i moventi, i metodi e i principali protagonisti, ma anche come stato di fatto, come realtà che, bene o male, dura da centocinquant’anni. L’unità è spesso messa sul banco degli imputati di uno spietato processo ai mali dell’Italia di sempre, alle sue deficienze, alla sua arretratezza, alla sua irrimediabile divisione tra nord e sud. L’unità d’Italia: da grande ideale a grande colpevole degli errori di ieri e delle magagne di oggi.

Beninteso: tutto può essere criticato. Abbiamo apposta una testa sulle spalle. La mentalità odierna rifugge, giustamente, dalla retorica. Tante cose fino a un passato anche recente prese per buone, oggi sono ritenute semplicemente inaccettabili. Ma sparare a zero contro l’unità d’Italia, secondo me, significa mancare di senso della storia e del sempre mai bastante principio di realtà. L’unità, anche se prodotto di azioni storiche finanche deprecabili, ha portato anche tanti vantaggi, a tutti gli italiani, di ogni latitudine. Gioverebbe ricordarlo a quelli che, come fanno certi movimenti politici in questi giorni, pretenderebbero che la storia facesse un passo indietro, dando per la verità l’impressione di far ciò soltanto nel proprio interesse, come forse allora promossero l’unità, per altri interessi.

Perché parliamo qui di queste cose? Primo, perché sono convinto che i cristiani debbano avere uno sguardo realistico, e non ideologico, sulla realtà in cui vivono. Uno sguardo che sa cogliere insieme i limiti e il bene insiti in ogni realtà umana, che è quasi sempre ambivalente, e che merita riflessione, più che giudizi. È lo sguardo di chi sa che la storia e il mondo sono affidati alla responsabilità degli uomini, ma contengono anche le tracce misteriose della mano di un Dio provvidente, che opera anche quando e dove non ce ne rendiamo conto. (E questo certo non vale solo per l’unità del nostro Paese, che non è stata certo direttamente opera della Provvidenza, ma per ogni evento umano). I cristiani non vanno contro il tempo e le sue “leggi”, anche se ingiuste, non si sforzano vanamente di sfuggirne o di ignorarle, ma cercano semplicemente, con umiltà e coraggio, di illuminarle con la luce della pace e della giustizia del vangelo.

Secondo, se “disfiamo” l’unità d’Italia, bisognerà disfarsi pure dell’altare della patria. E a quel punto, i giapponesi, davanti a che cosa si faranno le foto felici? Sotto a che cosa gli automobilisti romani si inferociranno? E gladiatori e centurioni, dismessi elmi e scudi, tutti a casa?

Fr. Max

 

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