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L'Eucarestia come segno PDF Stampa E-mail
Scritto da René Laurentin   

Che cosa fu l'Eucaristia, per i discepoli, la sera della Ce­na, quando si trovarono riuniti nella «Sala superiore» (al primo piano) che essi avevano trovata dietro le indicazioni di Gesù, seguendo un uomo che portava una brocca d'ac­qua: quella «grande» stanza, addobbata con cuscini, come dicono Marco e Luca?

Pasto

 

Di che si trattava per i discepoli?

Semplicemente di un pasto, e mentre preparavano i cu­scini sui quali ci si stendeva allora per mangiare secondo le usanze orientali, non sapevano che sarebbe stato l'ultimo.

Cibo

 

Il segno scelto da Dio può apparire banale: bere, man­giare, è un atto comune agli uomini e agli animali. Ma Dio fatto uomo non ha disprezzato questa umile necessità umana, lui che ha cominciato come tutti i neonati a bere il latte del­la Madre, silenziosamente. I pasti hanno avuto una grande importanza nella sua vita. A tal punto che quando vuole parlare del cielo e della vita eterna: egli li presenta come un grande banchetto di festa: il Regno dei cieli è simile ad un uomo che fece un banchetto...

Mangiare, bere non sono cose da disprezzare. Il corpo non è una prigione da cui bisogna evadere, come pensavano i platonici. Non è un vestito, tanto meno uno straccio. Esso fa parte dell'essere umano. Mangiare è il primo atto di ogni uomo. È un atto quotidiano, condizione per gli altri atti. Una madre ne conosce l'importanza e il valore nel risveglio affettivo del neonato.

Il primo precetto del Cristo, la regola del giudizio ultimo consiste in questo: Avevo fame e mi avete dato da mangiare.

Ma un pasto non è soltanto bere e mangiare, come l'ani­male alla sua greppia: pasto significa riunirsi, avere degli scambi, parlare, in un tempo gratuito e disponibile.

I pasti assumono un'importanza sorprendente nella vita di Gesù. Fu un mezzo privilegiato per stabilire la sua co­munione con gli uomini. La sua vita pubblica iniziò a Cana. Fu là che, dietro richiesta di Maria, compì il primo segno che fondò la fede dei suoi discepoli. Poi, fu la moltiplicazio­ne dei pani, i pani che avevano saputo dare, per tutti, quelli che avevano portato qualcosa da mangiare. Poi i pasti alla tavola dei peccatori, da cui trassero scandalo i suoi avver­sari. Quei banchetti di festa celebravano delle conversioni: quella di Matteo, l'esattore dell'occupante romano, diventato discepolo; quella di Zaccheo, tanto onesto che poteva resti­tuire senza andare in rovina il «quadruplo» di quello che aveva guadagnato disonestamente, dando anche la metà dei propri beni ai poveri... Ma c'erano anche quei pasti frugali di spine sfregate tra le mani, ai bordi delle strade; c'era il pasto di amicizia a casa di Lazzaro, dove Gesù istruiva Ma­ria, discepola ai suoi piedi. $ tutto questo che l'ultima Cena ricapitola.

Ma Gesù ricapitolava anche i pasti profetici dell'Antico Testamento: segni e figure lontani: il pasto che Abramo offrì misteriosamente ai tre visitatori nei quali egli riconobbe la visita di Dio; la manna che nutriva il popolo in forma­zione nel deserto, e il pasto dell'Alleanza del Sinai, di cui riparlerà Gesù.

Infine, la Cena non era un pasto ordinario. Era il pasto pasquale che celebrava la liberazione dall'Egitto e la nascita del popolo di Dio, che fino ad allora era stato soltanto una torma di schiavi oppressi.

 

Cibo

 

Gesù ha creduto alla commensalità. È una cosa sorpassa­ta? Qualcuno lo dice. Durante un pranzo dai miei editori, me 1960, con il futuro cardinale Daniélou, Xavier Léon-Du­Sour e il padre Chénu, per avere degli scambi, durante una giornata, su come servire bene la causa del Vaticano II, uno degli editori, futurista ottimista osservò:

- Oggi il pasto non è più niente. Si mangia per nutrirsi. ­Si saltano i pasti. L'avvenire è delle pillole dietetiche.

Mentre lui sviluppava questo tema, io osservavo che per quell'incontro importante, un incontro proiettato verso il futuro, eravamo stati chiamati proprio attorno ad una tavola imbandita. Il seguito della conversazione ci fece sapere che gli editori (un gruppo di amici) avevano mantenuti, proprio mediante questo pranzo settimanale al quale eccezionalmen­te ci avevano invitati, i loro legami e la loro coesione. An­che oggi si ricorre a dei grandi pranzi per grandi celebra­zioni politiche, culturali o economiche. Se non ci fossero segni elementari e vitali, quando e come gli uomini si radu­nerebbero? Come si ritroverebbero le famiglie in un mondo dissociato come il nostro? Sì, ancor oggi, il pasto raduna e il prendere cibo è occasione di scambi che possono andare molto lontano. Alla Cena, Gesù andò fino in fondo.

Quel pasto, infatti, era l'ultimo: era un pasto d'addio, quan­do l'addio prende il tempo di tutto il banchetto, non è nostal­gia né rottura come quando dal marciapiede di una stazione si vede il treno che s'allontana. Gesù celebra quel pasto per significare che resta presente.

Egli manifesta un amore più forte della morte. Dice:

Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più finché essa non si compia nel regno di Dio (Lc 22).

L'evangelista Giovanni riassume:

Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.

Gesù insiste facendo passare la prima coppa:

Da questo momento non berrò più del frutto della viti finché non venga il regno di Dio (Lc 22,18).

Con i suoi discepoli egli si volge all'avvenire del Regno quale essi lavoreranno sulla terra, in attesa di ritrovarli, al di là di questo mondo . Qui cominciamo a intravedere la dimensione trascendente di quella cena. Non è pasto utilitario. È un pasto rituale: la Pasqua anticipata, secondo i Vangeli sinottici. Gesù non si cura del tempo. Egli ricapitola il passato del su popolo: la liberazione dall'Egitto, e impegna l'avvenire.

Testamento

La Cena del Cristo è anche il suo testamento.

È molto importante un testamento: l'ultimo dono che un uomo fa prima della grande partenza. Lo renderà per sempre presente presso coloro che ama e che sta per lasciare. Fare proprio testamento è un gesto sano, che dimostra equilibrio alla sera di una vita. Gli uomini veramente responsabili, liberi, amanti, si impegnano a fare con premura questo ultimo atto: materiale e spirituale. È una fonte di pace.

La dottoressa Elisabeth Kubler-Ross, medico americani ha scoperto l'importanza di questo atto esplorando la more umana, rimossa nelle nostre civiltà artificiali mediante il silenzio, la menzogna, l'illusione dei paradisi artificiali, e la parata delle sale mortuarie, dove vengono esposti, lontani dal loro domicilio, i cadaveri ben sistemati.

Questi artifici attorno alla morte sono malsani. Questa rimozione aggrava segretamente l'ansia che perde in tal modo i mezzi per esprimersi. La dottoressa Kubler-Ross lo comprese visitando un ammalato molto anziano (isolato) che ella visitava regolarmente, senza speranza di guarigione. Non gli poteva portare altro che un sollievo fisico e un conforto morale. Un giorno il suo ammalato le disse:

 

- Dottoressa, oggi le voglio fare un regalo. Prenda il mio bastone!

Si trattava di un bel bastone, con il pomello cesellato. La dottoressa trovò le parole che in simili casi si usano: - Ma il vostro bastone bisogna conservarlo per quando camminerete.

- Dottoressa, io le voglio regalare il mio bastone, oggi. Insistette tanto, che la dottoressa dovette accettare. Il gior­no dopo, quell'uomo era morto.

Ella capì allora la sua strana insistenza. Colto dall'avvici­narsi della morte (con tutta l'ansietà che ciò comporta), egli provò il bisogno di fare un gesto, un dono, di stabilire un legame con gli uomini che non avrebbe più rivisti, con quel­la dottoressa: il suo ultimo legame con gli uomini. Fare que­sto dono, significava anche esprimere la propria morte. No, egli non avrebbe più camminato! Quel bastone era diventato inutile. Donandolo egli tagliava gli ultimi ormeggi e pren­deva lo slancio per un altro viaggio. Quello che Gesù espri­me con pienezza nel suo testamento, è il senso della sua morte.

Ma lui non dà semplicemente un oggetto, un bastone.

 

Pane e vino

 

Che cosa dà Gesù? Del pane e del vino.

Questa non è una scelta indifferente. Si tratta degli ali­menti di base: essenziali e simbolici nelle civiltà che hanno Abramo per padre e il Mediterraneo per madre.

L'uno significa il nutrimento fondamentale, «il pane quo­tidiano». Il prezzo di uno sfilatino di pane è un problema purtroppo ancor oggi attuale.

Il vino significa una cosa diversa: la festa, la gratuità, la vittoria sull'angoscia, la speranza. È il segno che Gesù ha scelto e ha prodigato a Cana con una paradossale abbondan­za: sei giare di cento litri ciascuna, ci dice S. Giovanni.

Ma attraverso questi segni alimentari semplicissimi e af­fatto quotidiani, Gesù dona se stesso:

-           Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue!

 

Gesù si identifica a questo pane e questo vino molto più che quel vecchio al suo bastone, e vedremo poi in quale senso reale, divino, trascendente.

Gesù non lascia soltanto un oggetto, bensì un atto, i rito, un memoriale, da perpetuarsi in suo nome:

- Fate questo in memoria di me.

Ogni volta che i cristiani, ovunque siano, avranno sul loro tavola, del pane e del vino (cibi preziosi, come io ho provato sulla paglia dei campi di prigionia quando arriva un po' di vino per celebrare la messa), essi potranno perpetuare il testamento del Cristo. E quale valore ciò assume in circostanze tragiche, quando l'uomo compie nel proprio corpo la Passione e la Morte del Signore!

La liturgia di Pasqua, quella sera, diventa una liturgia nuova: la Pasqua della Resurrezione e dell'ultima etera liberazione.

Alleanza

 

Non è tutto. Questa nuova Pasqua è una Alleanza nuova Gesù non dice soltanto: questo è il mio Sangue, ma:

- Il Sangue dell'Alleanza (secondo Mt 26,28 e Mc 14,2

- La nuova Alleanza nel mio Sangue (secondo Lc 22,20 1 Cor 13,25).

Da Abramo a Mosè, le tappe dell'Alleanza erano state suggellate con dei sacrifici. Gesù Cristo infonderà un sangue nuovo nella nuova Alleanza, non più il sangue di animi immolati, bensì il proprio Sangue. La sera della Cena, egli anticipa la propria morte, la profetizza, perché donerà il proprio Sangue (la propria vita) una volta per sempre, dalla flagellazione alle cinque piaghe della Croce. Sulla tavola del Cena egli celebra in anticipo il sacrificio, in maniera incruenta sotto le umili apparenze del pane e del vino.

L'Alleanza realizzata con Mosè non viene abolita, bei compiuta, allargata a tutti i popoli. Non si tratterà più di un'alleanza in figura, bensì in pienezza. Sarà l'effusione dello Spirito, già prevista e anticipata dai profeti: la legge non sarà più scritta su tavole di pietra, ma nei cuori, secondo la for­mula di Ezechiele (36-37).

Pasto, pane e parole, convocazione e comunione, addio, memoriale, testamento, Alleanza... eccoci sopraffatti dalla ricchezza soltanto umana dell'ultimo gesto di Gesù, che ci in­vita alla sua mensa in tutti i tempi e in tutti i luoghi.

E tuttavia quanto è semplice tutto questo! Il pane e il vino, la tavola e i cuscini, la Pasqua annuale. In questo quadro ordinario, Gesù ha messo tutto la sua esperienza umana, ma soprattutto il suo cuore.

Impegno

Dal semplice punto di vista umano, dal semplice punto di vista dei segni visibili, in cui siamo restati fino ad ora, biso­gna aggiungere che questo segno impegna.

Si, un pasto, dal semplice punto di vista umano, é un impe­gno che conta per ogni uomo degno di questo nome. Io l'ho imparato da mio padre. Architetto perito del tribunale di Cho­let, egli era talvolta invitato a «riconciliare le parti per quan­to possibile». Questa formula giuridica s'è stampata nella mia memoria di bambino. A mio padre piaceva il suo compito di pace, e a volte ci raccontava come andavano le cose. Prima di tutto raccoglieva le lagnanze e i desiderata di ambo le parti, che vedeva separatamente, perché ordinariamente era gente che aveva litigato e quindi non potevano vedersi senza arrabbiarsi. Quando era riuscito a chiarire il vero problema e a conciliare le giuste richieste, preparava un testo di accor­do la cui firma avrebbe evitato il processo con le sue lungag­gini e le sue spese. Soltanto allora riuniva gli avversari.

-                E allora, chiedevamo noi, hanno firmato?

- Egli prolungava la suspense.

- No, non così alla svelta!

- Allora?

-          Allora, ho stappato una bottiglia che avevo nella mia borsa. L'ho messa sul tavolo e ho riempito i bicchieri. Ab­biamo brindato. E quando hanno bevuto insieme, firmano.

Ci sembrava di vedere in questo uno strumento magico fallibile:

- Allora ci riuscivi sempre?

- No, rispondeva mio padre, perché capita che all'ultimo momento la mano di uno dei contendenti esiti di fronte al bicchiere. Si fa indietro e dice: «No, io non bevo!» . Allora non c'è più nulla da fare. Entreranno in un lungo processo e vi perderanno molto danaro... Ma quando bevono, firmano.

Nelle nostre culture mediterranee, quando si mangia o beve insieme, si compie un atto che impegna. Non si può essere in disaccordo. È proprio per questo che Giuda ha spontaneamente abbandonato la tavola? Gesù ha utilizzato questo segno di riconciliazione e di comunione. Quale profondità umana.

Noi che condividiamo la mensa eucaristica, ne cogliamo l’esigenza come la sentono le brave persone che brindano insieme e sanno che questo gesto esclude qualsiasi discorda?

Il pasto cui ci invita il Cristo impegna in misura ben maggiore.

Quello che sorprende nel pasto della Cena, non è soltanto la ricchezza dei suoi aspetti che hanno radici così profonde nell'uomo: è che essa sconvolge la vita degli uomini.

- Gesù, che raduna i suoi discepoli, nell'amicizia, si sdaia, secondo le usanze del tempo, lungo la tavola orizzontale. questo rito ha preso il nome di Eucaristia, cioè rendimento di grazie: l'orizzontale di questa amicizia ha il suo compimento nella verticale di un'adorazione riconoscente, che sale fino a Dio.

- Gesù presiede il banchetto, ma è anche il servo che va i piedi agli invitati. È il cibo stesso.

- Egli dà se stesso in termini simbolici allora quasi incomprensibili, perché suppongono la sua morte, vicina, e perpetuano la sua presenza.

Eccoci portati dal significato stesso del segno, verso realtà.

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