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Una liturgia viva PDF Stampa E-mail

La Chiesa apre il cammino

 

La Chiesa apre il cammino verso una liturgia viva e gioiosa di autentica celebrazione. All'inizio dell'impor­tante documento del concilio Vaticano II sulla liturgia, Sacrosanctum Concilium, ci è detto: « La liturgia, me­diante la quale... si attua l'opera della nostra reden­zione, contribuisce in sommo grado a che i fedeli espri­mano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa » (SC 2).

Un buon inizio del cammino: fare che la liturgia sia « vita » e manifestazione del mistero di Cristo agli altri.

 

 

Celebrazione gioiosa e festiva della fede!

 

Celebrazione liturgica: mistero e festa

 

Sono i due elementi fondamentali di ogni celebrazione liturgica. Nessuna di queste due coordinate può mancare.

Se manca il senso del mistero, con ciò che suppone di profondità, memoriale, interiorizzazione, comunio­ne..., può esserci convivenza, messa in scena, giornata festiva, spettacolo religioso..., ma non c'è celebrazione.

Se manca la festa, con ciò che suppone di esterioriz­zazione, lode, rendimento di grazie..., ci sarà ricordo, meditazione, ritiro spirituale, giornata di preghiera..., ma non c'è celebrazione.

Mistero e festa sono congiunte nella celebrazione li­turgica perché in essa viene attualizzato il mistero per eccellenza, il mistero pasquale di Cristo; e questo co­stituisce la gioia maggiore, è la festa di tutte le feste. È la festa che celebra il mistero salvifico di Cristo.

 

Di cosa si parla

 

Non si tratta di « inventare », ma di celebrare il mi­stero della salvezza affidato in deposito da Cristo alla Chiesa; e da essa commemorato, sviluppato e trasmes­so fin dai primi tempi apostolici attraverso una tradi­zione, come dice san Paolo: « Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso » (1Cor 11,23; SC 6).

Si deve, quindi, realizzare una celebrazione vibrante di questo mistero per questo momento concreto della comunità riunita in assemblea con lo scopo di esprime­re e vivere la sua fede.

Non si tratta di « cercare effetti a sorpresa », per te­ner viva l'attenzione, ma di « rimanere sorpresi » e com­mossi da ciò che celebriamo. Dobbiamo riempire di sen­so gesti, parole, simboli, segni, canti...

Rispetto e creatività

 

L'azione liturgica con la quale ci è reso presente il mistero salvifico del Signore attraverso la Chiesa non è un'azione mia, e nemmeno dell'assemblea, ma della Chiesa e, anzitutto, di Cristo (SC 26).

Il primo atteggiamento di tutti noi che vi partecipia­mo deve essere di rispetto riconoscente per questo « de­posito di salvezza » che la Chiesa mette nelle nostre mani.

Benvenute quindi, e sarebbe bene che non mancas­sero mai, l'iniziativa e la creatività per:

- presentare un'azione liturgica ricca di splendore e di fascino: simboli, segni, clima generale...;

- celebrarla con entusiasmo (« stato di eccitazione divina »): ritmo, stile, linguaggio, gesti, canti...;

- viverla con autentica emozione e « con-mozione » che faccia partecipare tutta la nostra persona: interio­rizzazione nel silenzio, nella preghiera... ed esterioriz­zazionepartecipata.

Casiano Floristàn offre alcune piste valide per la creatività: « Naturalmente, la creatività non è improvvisa­zione o mancanza di preparazione, ma richiede analisi, giudizio critico e progetto elaborato. Esige inventiva e originalità, oltre a un certo grado di coraggio... Dipen­de dalle dimensioni e dalla natura dell'assemblea e dai suoi responsabili... Deve portare a esprimere meglio il mistero cristiano, qui e ora, da parte del popolo riuni­to in assemblea ».

 

 

Il rinnovamento del concilio Vaticano II

 

Costituzione « Sacrosanctum Concilium » sulla liturgia

 

Nel 1962 i vescovi di tutto il mondo furono convocati dal papa Giovanni XXIII per analizzare in profondità la vita della Chiesa e cercare nuovi orientamenti per una sua migliore « incarnazione » nel mondo, dove realiz­zare la missione di salvezza. Era il concilio Vaticano Il.

Nel 1963 il Concilio promulgava il primo documen­to di straordinaria importanza: la costituzione Sacro­sanctum Concilium che stabiliva i principi fondamen­tali per il rinnovamento della vita liturgica della Chie­sa. Vediamone alcuni.

 

Liturgia e storia della salvezza

 

Il nostro Dio è un Dio che salva, un Dio che opera, sempre presente nella storia, un Dio-con-noi. Chiamia­mo la sua relazione con l'uomo storia della salvezza.

« L'opera della redenzione umana e della perfetta glo­rificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nel popolo dell'Antico Testamen­to, è stata compiuta da Cristo Signore, specialmente per mezzo del mistero pasquale... » (SC 5).

La storia della salvezza portata a compimento in Cri­sto è continuata dalla Chiesa e si realizza nella liturgia.

« Come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch'egli ha inviato gli apostoli..., non solo a predicare il vange­lo... ma anche perché attuassero, per mezzo del sacri­ficio e dei sacramenti, sui quali si impernia tutta la`vi­ta liturgica, l'opera della salvezza che annunziavano » (SC 6).

 

Liturgia e presenza di Cristo

 

Inoltre, nella liturgia è Cristo che opera, salva e at­tualizza con la sua presenza viva tutta l'efficacia del mi­stero pasquale. Su queste basi il Concilio segnala la mol­teplice presenza del Signore (SC 7):

 

- nell'assemblea, primo segno della sua presenza (« Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro », Mt 18,20);

- nel ministro che presiede, segno di Cristo capo;

- nella Parola: « Cristo è presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura »;

- nei sacramenti, che sono azioni stesse del Signo­re, e in modo sublime e reale, nell'eucaristia.

 

Liturgia: « ieri, oggi e sempre » è azione di Dio

 

Il momento liturgico che rende presente il passato è nello stesso tempo annuncio e proiezione verso la tra­sformazione definitiva in Cristo della fine dei tempi o dimensione escatologica (SC 8). Passato, presente e fu­turo della storia della salvezza coincidono nella liturgia. Lo riaffermiamo in ogni eucaristia dicendo: « An­nunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta ».

La liturgia è: ricordo, attualizzazione, promessa an­ticipata.

 

Liturgia: « culmine e fonte » della vita della Chiesa

 

« La liturgia è il culmine verso cui tende l'azione del­la Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù » (SC 10).

Tutta l'attività ecclesiale - evangelizzazione, cate­chesi, apostolato... - e l'intera vita di noi che la rea­lizziamo, raggiungono il loro punto critico quando le presentiamo nella liturgia e Cristo le incorpora nel suo mistero pasquale. Sono il culmine.

Ma nello stesso tempo sono la fonte dalla quale at­tingiamo la grazia e la forza per tornare alla « missio­ne » e vivificare il mondo e la storia con quell'acqua che «zampilla per la vita eterna».

 

 

Che cos'è la liturgia?

 

Una realtà viva, non un concetto

 

La liturgia non è un concetto teorico, ma una realtà viva: l'avvio della salvezza di Dio.

Forse per questo il Concilio non ci ha dato nessu­na vera definizione di liturgia, ma, partendo dal prin­cipio meraviglioso che Dio ci salva nella liturgia, ne ha enunciato i punti fondamentali per la vita della Chiesa.

 

Culto in pienezza

 

In Cristo si realizza l'unione perfetta tra Dio e l'uo­mo (è Dio fatto uomo) e l'unione perfetta tra l'uo­mo e Dio (con il suo sacrificio riconcilia l'umanità con Dio).

Egli stabilisce il culto in pienezza nel duplice aspetto:

 

- di redenzione: per il suo sacrificio Dio perdona l'uomo,

- di glorificazione: l'uomo, incorporato da Cristo nella sua umanità santa, offre con lui il culto perfetto (SC 5).

La liturgia attualizza il culto pieno di Cristo di lode a Dio e di salvezza dell'uomo. Quindi, la liturgia è il culto che ci salva.

 

È l'esercizio del sacerdozio di Cristo

 

Cristo è il sommo ed eterno sacerdote che offre se stesso come vittima di riconciliazione: è sacerdote e vit­tima nello stesso tempo. Di questo sacerdozio fa parte­cipe la Chiesa, noi, che lo esercitiamo nella liturgia: co­me sacerdoti che offrono il sacrificio di Cristo e come vittime che « si offrono » con lui. « Giustamente per­ciò la liturgia è ritenuta come l'esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo... in essa viene esercitato dal corpo mi­stico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale » (SC 7).

 

È attuazione perpetua del mistero pasquale di Cristo

 

Pasqua significa « passaggio ». Il popolo di Israele celebrava la pasqua e commemorava così « il passag­gio » dalla schiavitù alla libertà attraverso il Mar Ros­so. La pasqua rendeva attuale e realizzava in tutte le generazioni del popolo ebreo l'alleanza con il Dio sal­vatore.

La pasqua del Signore è il passaggio di Cristo e con Cristo dalla morte alla vita, nel quale si stipula « l'al­leanza nuova ed eterna » tra Dio e gli uomini. È il mi­stero che la Chiesa realizza per mezzo della liturgia.

Per questo: la liturgia è la celebrazione della Pasqua dei Signore nella quale si conclude l'alleanza definitiva tra Dio e gli uomini.

 

È segno efficace e rito sacro della Chiesa

 

Tutto quanto abbiamo detto finora si realizza nella liturgia celebrata dalla Chiesa, attraverso riti e segni sen­sibili efficaci. Su questo si fondano le definizioni pre­sentate nella riflessione comune e sulle quali possiamo meditare.

 

 

Partecipazione piena, consapevole, attiva

 

 

La partecipazione nella liturgia: un'utopia?

 

Abbiamo già detto (nel capitolo « Riguarda tutti ») cha la, partecipazione era un obiettivo indicato già nel secolo XIX e perseguito dal Movimento liturgico degli inizi del XX. Ma sembrava un'utopia.

Salvo poche persone, la maggior parte del popolo di Dio doveva adattarsi a riempire devotamente il tempo con il suo libro delle devozioni o il rosario, o semplice­mente alzandosi o inginocchiandosi al suono del cam­panello. Le risposte al sacerdote, essendo in latino, ve­nivano lasciate al « chierichetto », che per diventare ta­le doveva impararle a memoria.

 

La partecipazione: obiettivo primario

 

Ma con il concilio Vaticano Il quell'utopia divenne possibile e una realtà tangibile.

La partecipazione è l'obiettivo più ripetutamente af­fermato dai testi conciliari e dai successivi documenti applicativi.

I fedeli cessavano di essere spettatori per diventare protagonisti. E la loro partecipazione veniva richiesta non solo come auspicabile, ma come parte integrante della celebrazione stessa.

 

Partecipazione consapevole, attiva e piena

 

« È ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e at­tiva partecipazione... » (SC 14).

- Consapevole: sapere cosa si fa; nel nostro caso, ciò che si celebra. Suppone: spiegazione, studio, for­mazione liturgica: tempi, feste, eucaristia, sacramenti, riti, simboli..., della liturgia. Dobbiamo essere iniziati per poter penetrare e partecipare al mistero. La Chiesa ha fatto un grande sforzo per semplificare i riti, ridare vita e attualità ai simboli..., ma noi dobbiamo cono­scerli per viverli.

 

- Attiva: prendere parte a ciò che si fa, come mem­bri solerti della celebrazione. Ognuno secondo la sua funzione e le sue possibilità, svolgendo il proprio ruo­lo. Ma tutti partecipano: rispondono, cantano, prega­no, danno significato al silenzio, ai movimenti, ai gesti ecc., vivono la celebrazione personalmente e in comu­nione con Dio e con gli altri.

- Piena: mettere anima e corpo, con tutti i cinque sensi, in quello che si fa. La partecipazione è piena quan­do è in sintonia con quanto avviene come segno palese (letture, preghiere, canti...) e con quanto avviene co­me mistero di salvezza (perdono, conversione, carità fra­terna, speranza, comunione con il mistero pasquale...); e quando si porta nella liturgia la vita stessa e si proiet­ta la liturgia nella vita.

 

Niente è più lo stesso

 

Non vi è stato detto, qualche volta: « Prendete parte a tante messe e poi siete cattivi come gli altri »? Dovrem­mo saper rispondere che non partecipiamo alle celebra­zioni perché siamo buoni, ma perché, essendo peccato­ri, vogliamo diventare un po' più buoni.

Ma c'è di più. Dopo ogni celebrazione, niente è più come prima: le persone, la vita e la storia vengono im­merse e trasformate nel mistero pasquale del Signore; attraverso la sua grazia e il nostro impegno, tutti fac­ciamo un passo verso la trasformazione definitiva che Cristo ci ha conquistato con la sua risurrezione e verso la quale camminano il creato e la storia.

 

 

In comunione

 

Istantanee di una celebrazione

 

- Il sacerdote sta indossando i paramenti; il responsabile del coro si avvicina al microfono e annuncia « Oggi faremo il canto di ingresso, il Signore pietà, i salmo responsoriale, il santo, il Padre nostro e il canto di comunione ». In qualche caso, indica le pagine di un libretto. Il nesso tra canti e celebrazione è una pura coincidenza.

- Qualcuno sale sull'ambone e legge l'ammonizio ne iniziale da un foglio stampato, che servirà anche pe l'introduzione alle letture e per la preghiera dei fedeli Sono annotazioni con qualche valore liturgico, ma troppo tecniche. Soprattutto non hanno alcun legame coi la situazione e le esperienze dell'assemblea né con l'omelia e gli interventi del sacerdote.

- Un « volontario » o qualcuno chiamato con un cenno dall'altare viene invitato a proclamare le letture. È un miracolo che non inciampi in qualche parola insolita - « Tessalonicési » - o in qualche accento - « Gàlati » - o in qualche frase lunga e complicata, o semplicemente che il microfono non sia ben sistemato.

-                Durante la prima lettura continua a entrare gente e la porta cigola ogni volta che si apre.

- Invece del salmo responsoriale, il coro ha scelto un canto « più moderno » e giovanile, che parla di « luce dei tuoi occhi, notte oscura, voce di mistero... » o qual­cosa del genere.

- Durante l'omelia, uno è uscito per accordare la chitarra, il chierichetto è andato in sacrestia, una signora ha attraversato mezza chiesa per andare al confessio­nale...

- Il tintinnio delle monete durante la raccolta delle offerte è proseguito per mezza preghiera eucaristica...

 

Partecipazione « in comunione »

 

Non dimentichiamo che stiamo parlando della par­tecipazione alla liturgia. Cioè della partecipazione in as­semblea, in comunità, come popolo di Dio, dove Dio stesso si mette in comunione con quelli che, riuniti nel nome di Cristo, radunati dall'amore dello Spirito, for­mano la Chiesa, la riunione dei credenti, la famiglia dei suoi figli. Nella celebrazione anche noi dobbiamo en­trare in comunione con Dio e con i fratelli, con Cristo e con il suo corpo mistico, la Chiesa.

 

Partecipazione coordinata

Una partecipazione di questo tipo deve essere neces­sariamente coordinata e, quindi, preparata e, quindi, preparata e condivi­sa; dobbiamo lasciare da parte ogni protagonismo e collaborare; fare in modo che le diverse funzioni siano stret­tamente armonizzate, in vista dell'obiettivo finale, che è vivere comunitariamente la celebrazione.

 

Partecipazione organizzata

 

Tutto questo non può essere frutto di improvvisazio­ne. Necessita di un'accurata organizzazione che esige tempo e impegno fino a far funzionare pienamente un vero gruppo liturgico, nell'ambito di una pastorale li­turgica.

 

 

Pastorale liturgica

 

Liturgia a compartimenti stagni

 

La liturgia che si intuisce nelle « istantanee » del ca­pitolo precedente si può definire a compartimenti sta­gni.Si può paragonare a un « armadio » con diversi cassetti o compartimenti stagni: sono parte di un tut­to, ma ognuno si apre e si chiude quando viene tira­to ed è slegato dagli altri. Presidente, guida, lettori, can­tori..., aprono il proprio cassetto, ma ognuno per con­to suo.

La stessa immagine vale per la pastorale di una co­munità ecclesiale nella quale ogni gruppo - degli spo­sini, dei malati, della catechesi, della liturgia... - viaggia perconto suo.

 

Pastorale liturgica

 

Per evitare tale dispersione il punto di incontro deve venire da una buona organizzazione della pastorale li­turgida. Come «culmine e fonte» della vita della Chie­sa, nella liturgia confluiscono tutte le sue azioni salvi­fiche e da essa emanano i torrenti della grazia e della
salvezza
che i credenti devono portare nella vita come testimonianza e impegno (cfr. il capitolo Il rinnovamento del concilio Vaticano II).

C'è di più: l'autenticità e la forza di tutti i gruppi d azione e di tutti i movimenti di apostolato di una parrocchia, di una comunità, derivano proprio dalla liturgia. Riuniti in assemblea, celebriamo con Cristo il suo mistero pasquale. Ed è lui, il Signore, che ci « manda ad annunciare il vangelo e a battezzare (a immerger e vivificare) tutti gli uomini.

 

Gruppo o consiglio pastorale

 

Il « consiglio pastorale », secondo la realtà e i bisogni della parrocchia o della comunità, stabilisce orientamenti e obiettivi per i diversi gruppi di pastorale: catechesi, coppie, giovani ecc. È il loro animatore e coordinatore. Ma, come abbiamo detto, tutti questi gruppi acquisiscono autenticità ecclesiale nella liturgia e sono chiamati a essa. Per questo va promosso con particola re interesse il gruppo liturgico nel quale devono con fluire gli altri movimenti. Il gruppo liturgico, a sua volta acquisterà una forte dimensione pastorale dal momento che non si limita a preparare le « cerimonie », ma collabora agli impegni pastorali: corsi battesimali, prematrimoniali, di preparazione alla cresima ecc.

 

 

Ministeri e servizi

 

Membra di uno stesso corpo

 

La celebrazione liturgica è azione di tutto il corpo mi­stico di Cristo, di cui egli è il capo e noi le membra, ognuno con la sua funzione in perfetta comunione con tutti. Mistero meraviglioso grazie al quale, da colui che presiede a quelli che hanno pulito la chiesa, passando per il lettore, il salmista o i cantori, tutti rendono pos­sibile il fatto che Cristo attualizzi il suo mistero di sal­vezza tra noi.

L'azione liturgica: azione della Chiesa

 

Nella liturgia agiamo come membri della Chiesa che personifichiamo e incarniamo nella nostra comunità. Per cui la liturgia di ogni Chiesa locale si manifesta e si realizza come liturgia di tutta la Chiesa.

« Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma ce­lebrazioni della Chiesa, che è "sacramento di unità" » (SC 26).

 

Sacerdozio di Cristo e popolo sacerdotale

 

Diciamo subito che l'artefice primo e principale di ogni celebrazione è Cristo, sommo ed eterno sacerdote.

Del suo sacerdozio partecipa, attraverso il battesi­mo, il popolo di Dio che è popolo sacerdotale: quando si riunisce in assemblea liturgica, offre con Cristo al Padre il sacrificio di lode. Ma ciascuno offre il sacri­ficio di lode « in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e dell'attuale partecipazione » (SC 26).

Vediamo questa diversità di ministeri.

 

Ministeri legati all’ordine sacro

 

Partecipano del sacerdozio dì Cristo attraverso il sa­cramento dell'ordine:

 

- il vescovo: « Il sommo sacerdote del suo gregge ». Presiede la liturgia per diritto proprio;

- i sacerdoti: presiedono in rappresentanza del ve­scovo;

-                i diaconi: collaboratori del vescovo; oltre al loro ministero, possono presiedere alcune   

celebrazioni.

 

Nel capitolo sull'ordine sacro se ne parla più a lungo.

 

Ministeri istituiti

 

In passato erano detti «ordini minori» e venivano conferiti solo a coloro che aspiravano al sacerdozio. Ora i ministeri istituiti dell'accolitato e del lettorato sono mi­misteri permanenti e stabili, esercitati dai laici, i quali assumono così un ufficio qualificato all'interno del Chiesa.

- Il lettore: suo ufficio liturgico è la proclamazione delle letture nell'assemblea liturgica;

- l'accolito: suo ufficio liturgico è di aiutare il sacerdote nelle azioni liturgiche. Porta la croce, il messale, i ceri, il turibolo e serve all'altare.

Ministeri di fatto

Sono quelli che svolgono determinate funzioni sen; aver alcun titolo di ordinazione o di istituzione. Indichiamo i più comuni:

 

- i ministri straordinari per la distribuzione della comunione e l'esposizione del Santissimo Sacramenta

- il salmista: canta il salmo responsoriale;

- la guida o commentatore: legge le spiegazioni introduttive;

- cantori, maestro del coro, organista...

- il sacrestano e altri responsabili che prestano il loro servizio a vantaggio della celebrazione: gruppo di accoglienza, di pulizia... Quando il lettore e l'accolito non sono istituiti, esercitano un ministero di fatto.

Per tutti costoro - per tutti voi che realizzate questi servizi - il Concilio ha avuto un ricordo speciale che ci serve per riflettere insieme.

 

 

L'assemblea

 

L'assemblea celebra

 

« Oggi don Antonio celebra la messa delle undici ». No! Chi celebra è l'assemblea, il sacerdote presiede.

Il ruolo del sacerdote o ministro è importante e fon­damentale, ma non è unico né esclusivo.

L'introduzione al Messale Romano, promulgato da Paolo VI nel 1970, non lascia adito a dubbi: « Il popo­lo di Dio è chiamato a riunirsi... per celebrare il me­moriale del Signore » (PNMR 7).

Il popolo di Dio è il soggetto delle espressioni « è chia­mato a riunirsi » e « celebrare ». Sì, con la presidenza del sacerdote, ma formando insieme il popolo di Dio. L'azione liturgica, e anzitutto la celebrazione dell'eu­caristia, non è propriamente l'azione del sacerdote al quale si unisce il popolo, ma più esattamente azione di tutto il popolo di Dio, presieduto e servito dai ministri.

Celebra l'assemblea, cioè una comunità di fedeli, ge­rarchicamente e legittimamente convocata per l'azione liturgica e presieduta dal ministro competente.

 

Le prime comunità apostoliche

 

Tutto questo non è «un'innovazione moderna » del concilio Vaticano II, bensì un ritorno alle fonti del van­gelo e delle prime comunità cristiane. Lo dice espressa­mente anche il Vaticano II: « "Erano assidui all'inse­gnamento degli apostoli, alle riunioni comuni, alla fra­zione del pane e alla preghiera..." (At 2,41-47). Da al­lora, la Chiesa mai tralasciò di unirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale... » (SC 6).

Cristo presente nell'assemblea

 

Lo abbiamo detto nel paragrafo Liturgia e presenza di Cristo, del capitolo Il rinnovamento del Vaticano II. L'istruzione Eucharisticum mysterium lo esprime così: Cristo è « sempre presente nell'assemblea dei fedeli con­vocati in suo nome » (EM 9).

L’assemblea, segno della Chiesa

La nostra comunità liturgica non è un semplice « sim­bolo » o una porzione della Chiesa, ma è la Chiesa stessa attualizzata e presente in questa assemblea. « Una spe­ciale manifestazione della Chiesa si realizza nella par­tecipazione piena e attiva di tutto il popolo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla me­desima eucaristia... » (SC 41).

L'assemblea liturgica, segno dell'assemblea celeste

 

Nella preghiera eucaristica esprimiamo la nostra unione ­con l'assemblea del cielo: « Uniti agli angeli e ai santi cantiamo a una sola voce la tua lode ». Inoltre, aspi­riamo a far parte dell'assemblea del cielo: « Insieme con la beata Maria, Vergine e Madre di Dio, con gli apo­stoli e tutti i santi che in ogni tempo ti furono graditi: e in Gesù Cristo tuo Figlio canteremo la tua gloria », (Preghiera eucaristica II).

 

L'assemblea, segno di un duplice impegno

 

a) L'impegno di unità della Chiesa nell'amore, che  dobbiamo realizzare unendoci agli altri, dandoci l'abbraccio fraterno e comunicando allo stesso pane.

b) L'impegno di comportarci secondo lo stile imparato e vissuto nella celebrazione, dando testimonianza cristiana.

 

 

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