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  • Gesù di Nazaret: “forza di provocazione e di speranza”

    Da qualche settimana è approdato nelle nostre librerie l’ultima fatica letteraria di Papa Benedetto XVI....

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  • Risorgimento

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  • Pellegrinaggio in Terra Santa

    Un mese fa sono tornata da un pellegrinaggio in Terra Santa:

  • La pipì della signora

    Ci sono delle notizie poco notizie. Nel senso che alcune suscitano un gran parlare...

  • GMG Madrid 2011 * Note Logistiche

    CHI PUÒ PARTECIPARE ALLA GMG?

    Tutti i giovani. Per i minorenni occorre l'autorizzazione di responsabilità da parte dei Genitori, previo accordo con i Frati incaricati e i propri animatori. Colui che avrà la responsabilità del minorenne deve avere almeno 25 anni.


    DOVE ALLOGGEREMO?

    Come alloggio ci ritroveremo tutti presso il nostro convento di Madrid, "Collegio S. Bonaventura" C/. El Greco, 16 (M. Batàn) - 28011 Madrid: telefono 0039 302 3836256. Da qui parteciperemo a tutte le iniziative della JMJ. Naturalmente l'alloggio sarà semplice ed essenziale, quello di queste occasioni: materassino, sacco a pelo, in aule scolastiche, palestra...

     

  • GMG Madrid 2011 * Programma

    II PROGRAMMA tiene conto dei momenti ufficiali della GMG, con alcune proposte nostre francescane, aperte a tutti i giovani

     

    16 AGOSTO MARTEDÌ:

    Partenza dall'Italia e arrivo a Madrid, al Collegio San Bonaventura, sistemazione.

    Sin dalle prime ore del pomeriggio i pellegrini e i gruppi iscritti alla GMG potranno ritirare i loro accrediti e gli zaini col kit spagnolo.

    Ore 19.00: Messa di inaugurazione della Giornata Mondiale nella grande piazza Cibeles, presieduta dall'arcivescovo di Madrid e concelebrata dai vescovi e dai sacerdoti che partecipano alla GMG.

    Serata di testimonianza e fraternità sulla vita di san Francesco, animata da frati e giovani.

     

  • Vignetta S. Valentino

  • 150 ANNI … E NON SENTIRLI!

    Lo scorso 7 gennaio il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha dato il via alle celebrazioni per il centocinquantenario dell’Unità del nostro Paese

  • Bambini, cuccioli e colibrì

    Leggo su uno storico settimanale italiano la storia di un bambino di pochi mesi,

  • SEMPLICEMENTE NATALE

    Ormai è tutto pronto. Manca davvero poco al Natale. Ma queste sono anche le ultime ore di preparativi frenetici:

  • La fede

    Qualche tempo fa ho letto una preghiera che mi ha molto colpito;

  • Il segreto di Pulcinella

    Non si parla d’altro. E come potrebbe essere diversamente? Non ci pare vero di poter conoscere tante ghiotte notizione, notizie e notiziole a proposito di un po’ tutto e soprattutto tutti.

  • Felicità è …

    Siamo felici? Oppressi dalla crisi e dagli eventi negativi che ci vorticano intorno,

     

  • TUTTI GIU’ PER TERRA!

    Il 2010 sarà certamente un anno da ricordare per tanti motivi e per molti avvenimenti che lo hanno caratterizzato.

  • Il volto di Dio

    “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?”

  • SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZ’AUTUNNO

    Ma dov’è finita la pedofilia? Per carità, non è che ci manchi la cosa in sé. Ma è che per mesi non abbiamo sentito altro..

  • ASIA E NON PIÙ ASIA

    Nel corso dei secoli, il rapporto tra la cultura occidentale, tradizionale, e le tante culture nate nel mondo orientale ha registrato periodi di straordinaria armonia e momenti di combattuto dibattito.

  • Gioia nel servizio

    Domenica scorsa la Chiesa ha celebrato la Giornata missionaria mondiale, “occasione per rinnovare l’impegno di annunciare il Vangelo”

  • MADRID…STIAMO ARRIVANDO!

    Mancano poco meno di 300 giorni alla GMG di Madrid che si svolgerà dal 16 al 21 agosto 2011. Il countdown per molti è già partito.

  • Etimologie

    Imbecille: non prendetelo, per carità, per un indelicato apprezzamento indirizzato all’unico impavido lettore delle presenti noterelle

  • La costruzione della comunione ecclesiale è la chiave della missione

    Cari fratelli e sorelle,

    Il mese di ottobre, con la celebrazione della Giornata Missionaria Mondiale, offre alle Comunità diocesane e parrocchiali, agli Istituti di Vita Consacrata, ai Movimenti Ecclesiali, all’intero Popolo di Dio, l’occasione per rinnovare l’impegno di annunciare il Vangelo e dare alle attività pastorali un più ampio respiro missionario. Tale annuale appuntamento ci invita a vivere intensamente i percorsi liturgici e catechetici, caritativi e culturali, mediante i quali Gesù Cristo ci convoca alla mensa della sua Parola e dell’Eucaristia, per gustare il dono della sua Presenza, formarci alla sua scuola e vivere sempre più consapevolmente uniti a Lui, Maestro e Signore. Egli stesso ci dice: “Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14,21). Solo a partire da questo incontro con l’Amore di Dio, che cambia l’esistenza, possiamo vivere in comunione con Lui e tra noi, e offrire ai fratelli una testimonianza credibile, rendendo ragione della speranza che è in noi (cfr 1Pt 3,15). Una fede adulta, capace di affidarsi totalmente a Dio con atteggiamento filiale, nutrita dalla preghiera, dalla meditazione della Parola di Dio e dallo studio delle verità della fede, è condizione per poter promuovere un umanesimo nuovo, fondato sul Vangelo di Gesù.

    A ottobre, inoltre, in molti Paesi riprendono le varie attività ecclesiali dopo la pausa estiva, e la Chiesa ci invita ad imparare da Maria, mediante la preghiera del Santo Rosario, a contemplare il progetto d’amore del Padre sull’umanità, per amarla come Lui la ama. Non è forse questo anche il senso della missione?

    Il Padre, infatti, ci chiama ad essere figli amati nel suo Figlio, l’Amato, e a riconoscerci tutti fratelli in Lui, Dono di Salvezza per l’umanità divisa dalla discordia e dal peccato, e Rivelatore del vero volto di quel Dio che “ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

    “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12,21), è la richiesta che, nel Vangelo di Giovanni, alcuni Greci, giunti a Gerusalemme per il pellegrinaggio pasquale, presentano all’apostolo Filippo. Essa risuona anche nel nostro cuore in questo mese di ottobre, che ci ricorda come l’impegno e il compito dell’annuncio evangelico spetti all’intera Chiesa, “missionaria per sua natura” (Ad gentes, 2), e ci invita a farci promotori della novità di vita, fatta di relazioni autentiche, in comunità fondate sul Vangelo. In una società multietnica che sempre più sperimenta forme di solitudine e di indifferenza preoccupanti, i cristiani devono imparare ad offrire segni di speranza e a divenire fratelli universali, coltivando i grandi ideali che trasformano la storia e, senza false illusioni o inutili paure, impegnarsi a rendere il pianeta la casa di tutti i popoli.

    Come i pellegrini greci di duemila anni fa, anche gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti non solo di “parlare” di Gesù, ma di “far vedere” Gesù, far risplendere il Volto del Redentore in ogni angolo della terra davanti alle generazioni del nuovo millennio e specialmente davanti ai giovani di ogni continente, destinatari privilegiati e soggetti dell’annuncio evangelico. Essi devono percepire che i cristiani portano la parola di Cristo perché Lui è la Verità, perché hanno trovato in Lui il senso, la verità per la loro vita.

    Queste considerazioni rimandano al mandato missionario che hanno ricevuto tutti i battezzati e l’intera Chiesa, ma che non può realizzarsi in maniera credibile senza una profonda conversione personale, comunitaria e pastorale. Infatti, la consapevolezza della chiamata ad annunciare il Vangelo stimola non solo ogni singolo fedele, ma tutte le Comunità diocesane e parrocchiali ad un rinnovamento integrale e ad aprirsi sempre più alla cooperazione missionaria tra le Chiese, per promuovere l’annuncio del Vangelo nel cuore di ogni persona, di ogni popolo, cultura, razza, nazionalità, ad ogni latitudine. Questa consapevolezza si alimenta attraverso l’opera di Sacerdoti Fidei Donum, di Consacrati, di Catechisti, di Laici missionari, in una ricerca costante di promuovere la comunione ecclesiale, in modo che anche il fenomeno dell’“interculturalità” possa integrarsi in un modello di unità, nel quale il Vangelo sia fermento di libertà e di progresso, fonte di fraternità, di umiltà e di pace (cfr Ad gentes, 8). La Chiesa, infatti, “è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen gentium, 1).

    La comunione ecclesiale nasce dall’incontro con il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che, nell’annuncio della Chiesa, raggiunge gli uomini e crea comunione con Lui stesso e quindi con il Padre e lo Spirito Santo (cfr 1Gv 1,3). Il Cristo stabilisce la nuova relazione tra l’uomo e Dio. “Egli ci rivela «che Dio è carità» (1 Gv 4,8) e insieme ci insegna che la legge fondamentale della umana perfezione, e perciò anche della trasformazione del mondo, è il nuovo comandamento dell’amore. Coloro, pertanto, che credono alla carità divina, sono da Lui resi certi che la strada della carità è aperta a tutti gli uomini e che gli sforzi intesi a realizzare la fraternità universale non sono vani” (Gaudium et spes, 38).

    La Chiesa diventa “comunione” a partire dall’Eucaristia, in cui Cristo, presente nel pane e nel vino, con il suo sacrificio di amore edifica la Chiesa come suo corpo, unendoci al Dio uno e trino e fra di noi (cfr 1Cor 10,16ss).  Nell’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis ho scritto: “Non possiamo tenere per noi l’amore che celebriamo nel Sacramento. Esso chiede per sua natura di essere comunicato a tutti. Ciò di cui il mondo ha bisogno è l’amore di Dio, è incontrare Cristo e credere in Lui” (n. 84). Per tale ragione l’Eucaristia non è solo fonte e culmine della vita della Chiesa, ma anche della sua missione: “Una Chiesa autenticamente eucaristica è una Chiesa missionaria” (Ibid.), capace di portare tutti alla comunione con Dio, annunciando con convinzione: “quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi” (1Gv 1,3).

    Carissimi, in questa Giornata Missionaria Mondiale in cui lo sguardo del cuore si dilata sugli immensi spazi della missione, sentiamoci tutti protagonisti dell’impegno della Chiesa di annunciare il Vangelo. La spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità per le nostre Chiese (cfr Lett. enc. Redemptoris missio, 2) e la loro cooperazione è testimonianza singolare di unità, di fraternità e di solidarietà, che rende credibili annunciatori dell’Amore che salva!

    Rinnovo, pertanto, a tutti l’invito alla preghiera e, nonostante le difficoltà economiche, all’impegno dell’aiuto fraterno e concreto a sostegno delle giovani Chiese. Tale gesto di amore e di condivisione, che il servizio prezioso delle Pontificie Opere Missionarie, cui va la mia gratitudine, provvederà a distribuire, sosterrà la formazione di sacerdoti, seminaristi e catechisti nelle più lontane terre di missione e incoraggerà le giovani comunità ecclesiali.

    A conclusione dell’annuale messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale, desidero esprimere, con particolare affetto, la mia riconoscenza ai missionari e alle missionarie, che testimoniano nei luoghi più lontani e difficili, spesso anche con la vita, l’avvento del Regno di Dio. A loro, che rappresentano le avanguardie dell’annuncio del Vangelo, va l’amicizia, la vicinanza e il sostegno di ogni credente. “Dio, (che) ama chi dona con gioia” (2Cor 9,7) li ricolmi di fervore spirituale e di profonda letizia.

    Come il “sì” di Maria, ogni generosa risposta della Comunità ecclesiale all’invito divino all’amore dei fratelli susciterà una nuova maternità apostolica ed ecclesiale (cfr Gal 4,4.19.26), che lasciandosi sorprendere dal mistero di Dio amore, il quale “quando venne la pienezza del tempo… mandò il suo Figlio, nato da donna” (Gal 4,4), donerà fiducia e audacia a nuovi apostoli. Tale risposta renderà tutti i credenti capaci di essere “lieti nella speranza” (Rm 12,12) nel realizzare il progetto di Dio, che vuole “la costituzione di tutto il genere umano nell’unico popolo di Dio, la sua riunione nell’unico corpo di Cristo, la sua edificazione nell’unico tempio dello Spirito Santo” (Ad gentes, 7).

    Dal Vaticano, 6 Febbraio 2010

  • Adamo, Eva e…l’umanità intera

    Qualche giorno fa ho portato a termine la lettura di un libro divertente ed alquanto irriverente

  • Speciale Ottobre Missionario

  • Uno, due, un miliardo di non credenti

    Un interessantissimo e quanto mai attuale articolo di Gilberto Corbellini pubblicato sul domenicale del Sole 24 ore

  • 25 anni e non sentirli

    25 anni e non sentirliStrano titolo, vero? Potrebbe far pensare a una riflessione giovanile sul quarto di secolo e sull’ovvietà che 25 anni non sono niente, almeno per quanto concerne la condizione fisica, perché sotto altri aspetti il discorso potrebbe cambiare. Ma non è a questo che mi riferisco. I 25 anni del titolo si devono aggiungere ad altri 26 di età, e sono gli anni di professione solenne nell’Ordine dei frati minori conventuali. Ebbene sì, il 28 settembre ho compiuto 25 anni di professione solenne, cioè perpetua, nella vita religiosa francescana.

    Il “non sentirli”  potrebbe anche fare riferimento al fatto che non mi pesano. In effetti, se guardo indietro, vedo solo grazia di Dio, il quale ha riempito di presenza e presenze la mia vita, al di là di ogni merito o qualità personali. In questo caso si riferisce al fatto che non li ho “sentiti” proprio, perché sono passati completamente sotto silenzio, a causa della morte di padre Germano. Giustamente tutti i pensieri e le occupazioni erano rivolti a tale evento. Il che mi ha dato la possibilità di vivere l’anniversario nel silenzio, nell’intimità della mente e del cuore, gestendo emozioni e suggestioni che il giorno mi ha regalato e rendendolo unico.

    In una preghiera famosa Kirk Kilgour, campione di pallavolo statunitense rimasto paralizzato per una caduta in allenamento, ripete più volte a Dio: “mi hai dato ciò che non ti avevo chiesto”, concludendo che questo aveva reso più ricca e intensa la sua vita. Lo stesso penso di poter dire del mio giorno anniversario, in cui la perplessità umana iniziale sulla distanza tra l’immaginato e il vissuto, è stata di gran lunga superata dalle esperienze che Dio mi ha regalato, piccole e significative, intime e indimenticabili, normali e uniche. Fuori da qualsiasi rumore di festa, tipico di questi avvenimenti. Per carità, non disdegno la vicinanza e gli auguri della mia gente, che amo spudoratamente tanto; ma in questo caso mi si è riservato qualcosa che, a conti fatti, ha lasciato un segno importante e regalato un vissuto più spirituale e personale.

    Vi chiederete come mi ero immaginato il giorno dei 25 anni di professione solenne. Quando, qualche mese fa, mi sono reso conto dell’anniversario nell’anno in corso, ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto trascorrere alcuni giorni in Assisi e magari festeggiarlo vicino a S. Francesco. Immaginarsi la mia gioia al sapere che mi volevano come coordinatore del corso di formazione francescana per i frati dell’America Latina, con tutto un mese di permanenza in Assisi. Ho fantasticato sul giorno: peregrinazione all’eremo delle Carceri, ritorno per il bosco passando per l’abbazia di S. Benedetto sul Subasio, permanenza prolungata presso la tomba di S. Francesco… Stupendo stare in contatto fisico e geografico con il Padre fondatore e il suo carisma quasi in vivo.

    Poi…  leggo il programma e mi accorgo che il 28 settembre siamo a Padova!! Mi sono detto che il Signore voleva così e di sicuro mi avrebbe regalato qualcosa di bello e significativo anche lì. Ho immaginato il confronto con questo grande francescano della prima ora. Richiamo forte ed energico a una vita di sequela evangelica radicale, alla conoscenza delle Scritture e all’impegno pastorale instancabile, fatto di predicazione e amore ai bisognosi. Mi vedevo appoggiato sulla sua tomba, per riempirmi di energia positiva di santità.

    Il 27 settembre sera ci comunicano che è morto padre Germano, per cui prendo, insieme ad altri due frati venezuelani, l’unico treno notturno che da Padova porta a Bari, e alle sette di mattina del 28 giungo a destinazione. Sorpreso dalle “sorprese” di Dio. Ha voluto mi confrontassi non con i “giganti” Francesco e Antonio, con il rischio di uscirne schiacciato; ma con la vita e le opere del mio confratello Germano. Di qualcuno, in pratica, che ha fatto parte della mia storia religiosa, avendomi egli accolto nell’Ordine come provinciale di Puglia, ricevuto i miei primi voti dopo il noviziato, accolto in Venezuela in qualità di Custode. Sento di non essere deciso come lui nella vita di frate e nelle scelte pastorali; non ho la sua preparazione culturale, né il suo talento visionario e trascinatore; però è un mio fratello, che parla alla mia storia e alle mie realtà di vita. Insomma, credo che il Signore abbia voluto che facessi un atto di realismo storico e di fede. Non che l’altro sogno fosse irreale o irresponsabile, ma l’indicazione è a mediare la grandezza di Francesco e Antonio nella mia storia di tutti i giorni, con i confratelli e le realtà pastorali che Dio mi ha dato e continua a regalarmi.

    Come ho trascorso il giorno dell’anniversario? Ci sono stati due elementi che lo hanno caratterizzato e determinato: la Messa del mattino, alla presenza del feretro di padre Germano, e la peregrinazione alla tomba di S. Nicola, nel pomeriggio.

    La celebrazione dell’Eucaristia è stata un evento del tutto imprevisto. Ci trovavamo in preghiera nella cappella del Santissimo della nostra parrocchia a Bari, di fronte al feretro di padre Germano, quando i miei confratelli venezuelani hanno proposto di celebrare una santa Messa presente cadavere, cosa comune in Venezuela alla morte di un sacerdote. Anzi, pare che lì ogni sacerdote celebri una Messa quando si reca a far visita al defunto. La sorpresa è stata che hanno voluto presiedessi io. Nessuno, naturalmente, sospettava che stessi celebrando l’anniversario di professione. Io che volevo avere un momento di preghiera particolare presso la tomba di S. Francesco o S. Antonio, mi sono trovato a celebrare in spagnolo, insieme ai miei frati venezuelani, presso la bara con il corpo di Germano. È stato un dono grande e che mi ha commosso, circondato dai miei nuovi confratelli, alla presenza di fedeli baresi, tutti cercando la presenza di Dio e la lezione di vita religiosa lasciataci dal nostro fratello defunto. È stato arduo trattenere le lacrime.

    Nel pomeriggio mi sono deciso a peregrinare a piedi alla tomba di S. Nicola, presso l’omonima basilica, un po’ per una passeggiata di sfogo e pensieri in solitudine, e un po’ per stare accanto a questo santo patrono della nostra provincia francescana. La chiesa romanica è un invito constante alla preghiera. Sono sceso nella cripta e ho recitato il rosario con un gruppo di fedeli. L’atmosfera mi è parsa molto particolare. Guardavo la cripta e la sua architettura. Mi sono rivisto in essa. Le colonne, tutte disuguali, potevano rappresentare i miei anni di vita religiosa, tutti diversi, alcuni più riusciti, altri meno, però ognuno indispensabile al mantenimento della struttura, armonica nella sua alternanza di colonne e capitelli. Le volte basse, a crociera, erano un po’ scrostate (magari necessitate di manutenzione), simbolo delle debolezze e mancanze di fedeltà durante questi anni. Non belle a vedersi, ma ininfluenti nella bellezza e armonia della struttura. Il mio intonaco a volte perde pezzi, si vede un po’ scrostato; tuttavia, quello che Dio va costruendo è infinitamente più grande e bello delle mie resistenze e incrostazioni. E la gente – grazie a Dio – ammira più il congiunto che ogni piccolo particolare.

    Dopo sono uscito per tornare in parrocchia, e si era all’imbrunire. Che spettacolo Bari vecchia e il lungomare, con la luce naturale che cedeva il posto alla artificiale, cambiando la magia degli effetti e dei colori! Mi sono fermato ad ammirare la scenografia che la natura mi stava dispiegando davanti. L’ho letto come messaggio e presagio. Alla sera della vita…

     

    P. Matteo

  • 25 anni e non sentirli

    25 anni e non sentirliStrano titolo, vero? Potrebbe far pensare a una riflessione giovanile sul quarto di secolo e sull’ovvietà che 25 anni non sono niente, almeno per quanto concerne la condizione fisica, perché sotto altri aspetti il discorso potrebbe cambiare. Ma non è a questo che mi riferisco. I 25 anni del titolo si devono aggiungere ad altri 26 di età, e sono gli anni di professione solenne nell’Ordine dei frati minori conventuali. Ebbene sì, il 28 settembre ho compiuto 25 anni di professione solenne, cioè perpetua, nella vita religiosa francescana.

    Il “non sentirli”  potrebbe anche fare riferimento al fatto che non mi pesano. In effetti, se guardo indietro, vedo solo grazia di Dio, il quale ha riempito di presenza e presenze la mia vita, al di là di ogni merito o qualità personali. In questo caso si riferisce al fatto che non li ho “sentiti” proprio, perché sono passati completamente sotto silenzio, a causa della morte di padre Germano. Giustamente tutti i pensieri e le occupazioni erano rivolti a tale evento. Il che mi ha dato la possibilità di vivere l’anniversario nel silenzio, nell’intimità della mente e del cuore, gestendo emozioni e suggestioni che il giorno mi ha regalato e rendendolo unico.

    In una preghiera famosa Kirk Kilgour, campione di pallavolo statunitense rimasto paralizzato per una caduta in allenamento, ripete più volte a Dio: “mi hai dato ciò che non ti avevo chiesto”, concludendo che questo aveva reso più ricca e intensa la sua vita. Lo stesso penso di poter dire del mio giorno anniversario, in cui la perplessità umana iniziale sulla distanza tra l’immaginato e il vissuto, è stata di gran lunga superata dalle esperienze che Dio mi ha regalato, piccole e significative, intime e indimenticabili, normali e uniche. Fuori da qualsiasi rumore di festa, tipico di questi avvenimenti. Per carità, non disdegno la vicinanza e gli auguri della mia gente, che amo spudoratamente tanto; ma in questo caso mi si è riservato qualcosa che, a conti fatti, ha lasciato un segno importante e regalato un vissuto più spirituale e personale.

    Vi chiederete come mi ero immaginato il giorno dei 25 anni di professione solenne. Quando, qualche mese fa, mi sono reso conto dell’anniversario nell’anno in corso, ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto trascorrere alcuni giorni in Assisi e magari festeggiarlo vicino a S. Francesco. Immaginarsi la mia gioia al sapere che mi volevano come coordinatore del corso di formazione francescana per i frati dell’America Latina, con tutto un mese di permanenza in Assisi. Ho fantasticato sul giorno: peregrinazione all’eremo delle Carceri, ritorno per il bosco passando per l’abbazia di S. Benedetto sul Subasio, permanenza prolungata presso la tomba di S. Francesco… Stupendo stare in contatto fisico e geografico con il Padre fondatore e il suo carisma quasi in vivo.

    Poi…  leggo il programma e mi accorgo che il 28 settembre siamo a Padova!! Mi sono detto che il Signore voleva così e di sicuro mi avrebbe regalato qualcosa di bello e significativo anche lì. Ho immaginato il confronto con questo grande francescano della prima ora. Richiamo forte ed energico a una vita di sequela evangelica radicale, alla conoscenza delle Scritture e all’impegno pastorale instancabile, fatto di predicazione e amore ai bisognosi. Mi vedevo appoggiato sulla sua tomba, per riempirmi di energia positiva di santità.

    Il 27 settembre sera ci comunicano che è morto padre Germano, per cui prendo, insieme ad altri due frati venezuelani, l’unico treno notturno che da Padova porta a Bari, e alle sette di mattina del 28 giungo a destinazione. Sorpreso dalle “sorprese” di Dio. Ha voluto mi confrontassi non con i “giganti” Francesco e Antonio, con il rischio di uscirne schiacciato; ma con la vita e le opere del mio confratello Germano. Di qualcuno, in pratica, che ha fatto parte della mia storia religiosa, avendomi egli accolto nell’Ordine come provinciale di Puglia, ricevuto i miei primi voti dopo il noviziato, accolto in Venezuela in qualità di Custode. Sento di non essere deciso come lui nella vita di frate e nelle scelte pastorali; non ho la sua preparazione culturale, né il suo talento visionario e trascinatore; però è un mio fratello, che parla alla mia storia e alle mie realtà di vita. Insomma, credo che il Signore abbia voluto che facessi un atto di realismo storico e di fede. Non che l’altro sogno fosse irreale o irresponsabile, ma l’indicazione è a mediare la grandezza di Francesco e Antonio nella mia storia di tutti i giorni, con i confratelli e le realtà pastorali che Dio mi ha dato e continua a regalarmi.

    Come ho trascorso il giorno dell’anniversario? Ci sono stati due elementi che lo hanno caratterizzato e determinato: la Messa del mattino, alla presenza del feretro di padre Germano, e la peregrinazione alla tomba di S. Nicola, nel pomeriggio.

    La celebrazione dell’Eucaristia è stata un evento del tutto imprevisto. Ci trovavamo in preghiera nella cappella del Santissimo della nostra parrocchia a Bari, di fronte al feretro di padre Germano, quando i miei confratelli venezuelani hanno proposto di celebrare una santa Messa presente cadavere, cosa comune in Venezuela alla morte di un sacerdote. Anzi, pare che lì ogni sacerdote celebri una Messa quando si reca a far visita al defunto. La sorpresa è stata che hanno voluto presiedessi io. Nessuno, naturalmente, sospettava che stessi celebrando l’anniversario di professione. Io che volevo avere un momento di preghiera particolare presso la tomba di S. Francesco o S. Antonio, mi sono trovato a celebrare in spagnolo, insieme ai miei frati venezuelani, presso la bara con il corpo di Germano. È stato un dono grande e che mi ha commosso, circondato dai miei nuovi confratelli, alla presenza di fedeli baresi, tutti cercando la presenza di Dio e la lezione di vita religiosa lasciataci dal nostro fratello defunto. È stato arduo trattenere le lacrime.

    Nel pomeriggio mi sono deciso a peregrinare a piedi alla tomba di S. Nicola, presso l’omonima basilica, un po’ per una passeggiata di sfogo e pensieri in solitudine, e un po’ per stare accanto a questo santo patrono della nostra provincia francescana. La chiesa romanica è un invito constante alla preghiera. Sono sceso nella cripta e ho recitato il rosario con un gruppo di fedeli. L’atmosfera mi è parsa molto particolare. Guardavo la cripta e la sua architettura. Mi sono rivisto in essa. Le colonne, tutte disuguali, potevano rappresentare i miei anni di vita religiosa, tutti diversi, alcuni più riusciti, altri meno, però ognuno indispensabile al mantenimento della struttura, armonica nella sua alternanza di colonne e capitelli. Le volte basse, a crociera, erano un po’ scrostate (magari necessitate di manutenzione), simbolo delle debolezze e mancanze di fedeltà durante questi anni. Non belle a vedersi, ma ininfluenti nella bellezza e armonia della struttura. Il mio intonaco a volte perde pezzi, si vede un po’ scrostato; tuttavia, quello che Dio va costruendo è infinitamente più grande e bello delle mie resistenze e incrostazioni. E la gente – grazie a Dio – ammira più il congiunto che ogni piccolo particolare.

    Dopo sono uscito per tornare in parrocchia, e si era all’imbrunire. Che spettacolo Bari vecchia e il lungomare, con la luce naturale che cedeva il posto alla artificiale, cambiando la magia degli effetti e dei colori! Mi sono fermato ad ammirare la scenografia che la natura mi stava dispiegando davanti. L’ho letto come messaggio e presagio. Alla sera della vita…

     

    P. Matteo

  • San Michele Arcangelo

    Nel corso di quest’anno mi sono soffermata più volte a parlare della vita dei santi, nostri intercessori presso Dio, testimoni di speranza,

  • Parla come ti ha fatto Mammeta!

    «L’estate sta finendooo…», suonava una canzonetta estiva di qualche anno fa: «e un anno se ne va/ sto diventando grande/ lo sai che non mi va, ah, ah, ah».

  • SÌ VIAGGIARE...

    Nell’ultimo cd di Ligabue c’è una canzone dal titolo per me fortemente evocativo: “Il  peso della valigia”.

  • Madre Teresa

    Questa luminosa messaggera dell’amore di Dio, come la definisce lo stesso Vaticano, nacque il 26 agosto 1910 a Skopje, in Albania.

  • Per non dimenticare...

     

    Mercoledì 8 Settembre ricordiamo P. Nicola Rosa in un anno alla guida della comunità

  • I vecchi e i giovani

    «I vecchi e i giovani» è il titolo di una celebre opera di Luigi Pirandello, ambientata nella Sicilia di fine Ottocento.

  • La gelosia – di Dio e dell’uomo

    Nel Vangelo di Giovanni (3,16) leggiamo: “Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo unico Figlio

  • La verità è una scelta…?

    Ascoltando l’ultimo cd di Luciano Ligabue, c’è una canzone il cui titolo, questa mattina, mi risuona nella mente più forte che mai

  • Povera Italia

    Per chi ci vive o abita a Roma, è praticamente inevitabile passare spesso da piazza Venezia

  • Spinazzola, la mezzaluna al posto della Madonna hacker alla SS Annunziata

    di COSIMO FORINA

    SPINAZZOLA - Amara sorpresa nei giorni scorsi per i visitatori del sito web della parrocchia della Santissima Annunziata (www.annunziataspinazzola.org) oscurato da un hacker. Nella home page è comparsa una bandiera rossa con la mezzaluna e una stella, simbolo della Turchia, una scritta in turco e il nome dell’hacker: «ByLenis».

    La notizia, curiosa, si è diffusa via web generando anche non poca apprensione. Sia per l’incomprensibile significato della frase, sia perché ad essere colpito è stato il sito di una parrocchia. A far ripristinare il tutto, pur con la perdita di qualche dato, ci hanno pensato i giovani della parrocchia facendo intervenire il server, e gli stessi hanno avvisato dell’accaduto il parroco padre Nicola Rosa. Perché un hacker ha attaccato proprio un sito cattolico? Questa la domanda immediata. E poi cosa poteva voler dire quella frase.


    I giovani si sono cimentati con una veloce traduzione utilizzando sempre la rete, ma senza ricavarne, se non per intuizione, il significato completo. Solo grazie alla collaborazione di un altro padre francescano, padre Giuseppe Tondo, spesso in missione in Turchia, ora a Gravina, e di padre Vito Manca che si trova ad Assisi, si è giunti la soluzione: «Avere pietà per chi non adempie il suo obbligo (alla nazione) è un tradimento alla patria». Un detto questo attribuito a Ataturk, generale, fondatore, presidente della Turchia. 

    Padre Vito ha segnalato: «In internet abbiamo visto che tanti siti sono stati attaccati da questo Hacker », nello stesso tempo sul sito della parrocchia appariva questa scritta: «Durante il week-end questo sito ha subito un attacco da parte di Hacker. Abbiamo ripristinato il servizio». 

    Il consiglio da più parti fatto giungere al parroco Nicola Rosa è stato quello comunque di denunciare l’accaduto alla Polizia Postale. 

    Mustafa Kemal Ataturk (1881-1957) è considerato il padre dei turchi. Il suo volto, come il suo nome abbreviato Ataturk, appare come effigie sulle banconote, su targhe di edifici pubblici, come scuole, musei, ospedali. A lui, primo presidente della Turchia più europeista si deve il distacco di questa nazione dal mondo arabo. L’abolizione del sultanato, il voto alle donne, l’abolizione della lingua araba nelle funzioni religiose. Un lungo percorso storico che ha cambiato radicalmente la Turchia caratterizzandola nel suo laic ismo. Resta il mistero del perché di quella frase, della scelta di insediarla come messaggio nei siti web e di usarla forse come monito. Verso chi, e perché? 

    Quel che comunque è emerso è stata la penetrabilità dei server, che evidenzia come i dati sensibili, i sistemi, possano essere, da dita esperte, facilmente violati.

  • 20 maggio - San Bernardino da Siena

    Lungo il corso di duemila anni di Cristianesimo, tanti sono stati i santi, “testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo”.

  • Le regole che garantiscono la libertà

    Una delle raccomandazioni più diffuse nell’educazione di intere generazioni di bambini e ragazzi

  • SONO SOLO LIBRI…?

    Dal 13 al 17 maggio presso il Lingotto di Torino si svolgerà il ventitreesimo Salone Internazionale del Libro.

  • Una polis da amare

    Un assillo sempre ci rincorre: quello di impelagarci nei luoghi comuni, da tutti unanimemente deprecati ma spesso e volentieri visitati.

  • Preghiere per le vocazioni

  • Anno Sacerdotale

    Autore: Giovanni Berti, don

  • La speranza cristiana

    Viviamo in un tempo in cui quasi sempre nella vita si ha come obiettivo il successo, la ricchezza, la notorietà a tutti i costi,

  • Vignetta sul sinodo

    Autore: Giovanni Berti, don

  • La Madonna del bosco tra il sacro e il profano

    La sacra icona, la chiesa di campagna, i fedeli, il folklore: una festa.

  • L'ostensione della Sacra Sindone

    Dal 10 aprile fino al 23 maggio nel Duomo di Torino avrà luogo l’ostensione della Sacra Sindone, la quarta a partire dal 1978.

  • P. Nicola Rosa - La Veglia delle veglie

    Brano: La Veglia delle Veglie - Padre Nicola Rosa - Omelia della Notte di Pasqua

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  • Sabato Santo 2010/Pasqua - Don Primo Mazzolari * Siete venuti in tanti

    Brano: Siete venuti in tanti - Don Primo Mazzolari

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    Vedi Anche:
  • Venerdì Santo 2010 - Don Primo Mazzolari * Ma c'è un Gallo

    Brano: Ma c'è un gallo - Don Primo Mazzolari

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    Vedi Anche:
  • Giovedì Santo 2010 - Don Primo Mazzolari * Ma io voglio bene a Giuda

    Brano: Ma io voglio bene a Giuda - Don Primo Mazzolari

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    Vedi Anche:
  • Anniversario Provinciale

     

    Il 2 aprile, venerdì santo, ricordiamo padre Michele Pellegrini nel primo anno dall'elezione al soglio provinciale. Volgiamo a Gesù in croce una preghiera perchè vegli su di lui e sugli altri frati eletti nel governo della curia barese.

  • Catechismo Oggi

  • 1 Anno www.annunziataspinazzola.org

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  • La verità vi farà liberi

    Di “cose di Chiesa” sui giornali si parla sempre. Tutti i grandi quotidiani, anche quelli che si professano più “laici” degli altri, si ritengono in dovere di avere un “vaticanista”

     

  • Festa dell'Annunciazione

     

    La FESTA dell’Annunciazione era considerata già nel IV/V sec. "la radice delle feste" (Giovanni Crisostomo). Fu introdotta nella liturgia romana da papa Sergio (687-701). Fissata convenzionalmente il 25 marzo, coincidente con l’equinozio di primavera, ritenuto l’inizio della creazione.

    Dall’omelia di Benedetto XVI: "L’icona dell’Annunciazione, meglio di qualunque altra, ci fa percepire come tutto nella Chiesa risalga lì, a quel mistero di accoglienza del Verbo divino, nella Chiesa, ogni istituzione e ministero è ‘compreso’ sotto il manto della Vergine, nello spazio pieno di grazia del suo ‘sì’ alla volontà di Dio".

    L’iconografia conferma l’importanza della festa, una delle "Dodici Grandi Feste" dipinte nelle iconostasi delle chiese orientali.

     

  • Vignetta

  • 19 marzo – Solennità di San Giuseppe

    Fra qualche giorno celebreremo la solennità di San Giuseppe, un santo che pochi conoscono veramente e che spesso viene sottovalutato.

  • Via Crucis con Sant'Agostino

    Introduzione

     

    S. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

    T. Amen.

     

    S. Fratelli e sorelle, seguendo Gesù sulla via della croce, riconosciamo nella sua passione il segno del suo amore per noi e apriamo il nostro cuore alla fiducia e alla speranza.

     

    Lettura biblica Gv 13,1

     

    L. Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.

     

    Meditazione

     

    S. Qual è la via sulla quale noi dobbiamo muoverci? È Cristo! Egli disse: Io sono la via. Qual è la patria verso la quale camminiamo? È Cristo! Egli disse: Io sono la verità e la vita. La tua strada è Lui, la tua meta è Lui, il tuo riposo è Lui. Noi andavamo errando fuori della via, anzi non potevamo neppure muoverci. Cristo venne come medico, per noi ammalati, come Via spianata, per noi pellegrini.

     

    (Commento alla Prima Lettera di Giovanni 10,1)

     

    Preghiera

     

    S. Infondi in noi, o Padre, la sapienza e la forza del tuo Spirito, perché camminiamo con Cristo sulla via della Croce, pronti ad essere più impegnati nella nostra vita per manifestare al mondo la speranza del tuo Regno. Per Cristo nostro Signore.

    T. Amen.

     

    Prima stazione

    Gesù è condannato a morte

     

    S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.

    T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

     

    Lettura biblica Mt 27,1-2.26

     

    L. Venuto il. mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del. popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al. governatore Pilato. Pilato, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

     

    Meditazione

     

    S. Sei morto in Adamo, risorgi in Cristo: la morte temporale del tuo Signore ha ucciso la tua morte eterna. La morte per noi consiste nel non essere più ciò che si era. La Scrittura ci insegna che esiste una morte per la distruzione, ed esiste una morte per la ricostruzione. Gli uomini possono ricevere la sapienza e la vita se si accostano alla luce e al calore di Dio e possono perdere tutto, se per cattiva volontà si allontanano da Lui. Noi siamo come uno che vede da lontano la patria e c'è di mezzo il mare: egli vede dove andare, ma non ha come arrivarvi. Scorgiamo la meta da raggiungere, ma c'è di mezzo il mare di questo secolo, e molti non riescono nemmeno a vedere dove debbono andare. Dio, che ha voluto essere la nostra patria, ci è venuto incontro. E che ha fatto? Ci ha procurato il legno della Croce con cui attraversare il mare. Nessuno può attraversare il mare di questo secolo, se non è portato dalla Croce di Cristo. Come vorrei, o miei fratelli, incidervi nel cuore questa verità! Se volete vivere un cristianesimo autentico, aderite profondamente a Cristo, in ciò che egli è diventato per noi. Così potremo arrivare a Lui, in ciò che è, e che è sempre stato: la sua divinità è la patria dove andiamo, la sua umanità è la via che dobbiamo percorrere.

     

  • L’amicizia nell’era dei social network

    Nell’era dei social network, fare amicizia sembra essere diventato estremamente facile.

  • ...da Maracaibo P. Matteo

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    Ci sono poi stato a Maracaibo, dalla mattina del 10 alla sera del 14 febbraio. Quattro giorni pieni, caratterizzati dall’incontro coi lebbrosi, insieme ai novizi, e le lezioni di storia francescana a questi ultimi nel pomeriggio. Non stavamo esattamente in città, ma in una zona periferica, quasi fuori città: Palito Blanco. Di Maracaibo ho potuto visitare la sola stazione di autobus, all’arrivo e alla partenza. Ospiti del signor Alfonso, uno che ti porta a esclamare che i santi e gli angeli tuttavia calpestano le nostre strade. Professore di inglese, single, il cui vero interesse sono i lebbrosi, ai quali dedica tutto il suo amore. Possiede una casa bella e grande; ma con esigenze di riparazioni varie, non possibili – mi è parso di capire – perché non ha i fondi per farlo. Guadagna per vivere, e, se occorre, parte dei guadagni sono per le esigenze dei suoi amici lebbrosi. Non l’ho visto mai arrabbiato o scoraggiato, almeno nei miei quattro giorni (i novizi nemmeno, nelle loro due settimane). Sempre disponibile. L’ho visto abbracciare i malati di lebbra e sedersi sui letti di alcuni di loro per consolarli in momenti di depressione. L’ho visto prendere per mano una, lebbrosa e fuori di testa, sedersi sul materasso senza lenzuola, in una stanza fetida di urina, abbracciarla e dirle con dolcezza che ora c’era lui e che non sarebbe caduta dal letto, come gridava fuori di sé. Io non ci sarei riuscito. Un frate mi diceva che finirà per contagiarsi anche lui, visto che tratta i suoi amici come amici per davvero, capace anche di farsi vomitare addosso per star loro vicino. In verità sono anni che vive così e, grazie anche a minime norme igieniche, non si è contagiato. Certo, sarebbe la immedesimazione piena e non credo si pentirebbe di quanto fatto. Cristo non si è fatto lebbroso, reietto con e per noi? E che dire di Francesco d’Assisi?!?


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    Lo aiutano altri due angeli: suor Maria Teresa e suor Cruz Maria, Francescane dell’Immacolata. Vivono in una casa vicina all’ospedale e da quando hanno conosciuto quella situazione, da vere francescane, non si sono date pace, insieme alla loro congregazione, finché non sono riuscite ad aprire una presenza nel luogo. Esse curano l’attenzione ai lebbrosi, ma anche alle istituzioni e al personale, realtà spesso assenti o poco attente. Coadiuvate ora da un direttore, un medico di origini italiane, Oscar Loncano Novelli, catecumeno, il quale si trova a lottare con anni di incuria e abusi. E, perquesto, minacciato anche.


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    I lebbrosi presenti sono 26, tutti avanti negli anni. Prima di trasferirsi in questa struttura, vivevano tutti nell’isolotto de “La Providencia”, nel lago di Maracaibo. Essi raccontano con nostalgia di quegli anni, forse sia perché erano più giovani, sia perché erano molto più rispettati. Potevano svolgere attività agricole e allevamento di animali; si sentivano persone e il tempo non era un ricorrersi di ore tra una medicina e un pasto. Nell’isola erano trecento circa e si sentivano protetti dal mare circostante. Ora sono molto ridotti di numero e in balia degli eventi. Raccontano che all’arrivo in questa nuova struttura – più di vent’anni fa - le cose funzionavano bene. Le stanze erano pulite e potevano continuare nelle loro attività. Poi, poco a poco, le cose sono andate sempre peggiorando, fino alla situazione attuale: furti in continuazione, di cose anche di poco conto, come vestiti; situazione igienico sanitaria da far spavento; medicine scarseggianti; lavanderia senza lenzuola per i ricoverati; mancanza di un refettorio o di una sala dove riunirsi; cibo distribuito in ore assurde (colazione alle 9.30; pranzo alle 11.30 e cena alle 16.30. Mi diceva con ironia uno di loro: siamo quelli della mezza ora).

    Ho l’impressione che le istituzioni aspettino solo che muoiano per togliersi un peso di dosso, potendo finalmente asserire che è stata debellata la lebbra in Venezuela. Una suora mi diceva che non c’è niente di più falso. Il maggior esperto di lebbra venezuelano afferma che i casi sono in constante e preoccupante aumento, e che le autorità sanitarie, nazionali e locali, non vogliono ammetterlo, per non affrontare siffatta emergenza. Storie che si ripetono in tutte le latitudini, sulla pelle dei poveracci.


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    Ho potuto incontrare persone che ammiro, per la voglia di combattere per la vita, in situazioni francamente non favorevoli. Machin, leader tranquillo, e Juanita, cieca grata alla vita; Francisca e Pedro, coppia che hanno cresciuto alcuni figli non loro e hanno nipotini che vanno a trovarli; Bernardino, quasi sordo e cieco, senza mani né sensibilità se non nella lingua, che canta sempre e sorride (mi hanno riferito i novizi che ha detto loro di salutare il suo amico Matteo: mi ha commosso); Albano e Clemencia, fratelli (quest’ultima non lebbrosa, ma vive lì lavando la roba di molti di loro); Morales, elegante e fino nei modi; José, che è ritornato dopo alcuni mesi in famiglia; e altri. Esseri umani, di una umanità fina e allegra, che hanno il gusto del raccontarsi e di stare in amicizia. Tra loro, gente preparata e intelligente. Naturalmente anche casi limite da un punto di vista materiale e mentale, come Jairo.

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    Con loro ho parlato, chiacchierato. In effetti, non è difficile che si aprano, raccontandosi. Durante la mia presenza, i novizi si sono dedicati a lavare le sedie a rotella che quasi tutti usano, per debolezza o mancanza degli arti inferiori. È superfluo dire che probabilmente erano mesi che non si faceva tale lavoro, semplice e utile allo stesso tempo. Inoltre abbiamo condiviso, il giorno 11, Giornata mondiale del malato, un’interessante esposizione di due religiosi dell’ospedale “S. Giovanni di Dio”, per il personale prima (hanno assistito solo tre assistenti sociali, oltre al nostro gruppo), e per i malati poi, i quali hanno fatto interventi pertinenti e ben articolati. Alla fine mi hanno cantato il Feliz Cumpleaños. Un compleanno particolare e forte allo stesso tempo. Il giorno dopo abbiamo celebrato la Messa, dando loro l’unzione degli infermi. Mi sono parsi grati per questo dono insperato, e hanno cantato con gioia e battimani. Io ho letto il vangelo e fatto l’omelia.


    I novizi hanno voluto celebrare il mio compleanno anche nella casa. In assenza di una torta, hanno aperto “artisticamente” un’anguria, ponendovi sopra una candela. Semplice, ingegnoso e… gustoso!!! Con il caldo afoso di Maracaibo, mitigato la sera da una soave brezza, l’anguria, dolce e acquosa, è risultata meglio che la torta.



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    P. Matteo

  • Voce dell'Angelo - 26/02/10

    La lettera pastorale per la Quaresima “Ascoltatori della parola testimoni di speranza” del nostro Vescovo Mario Paciello

  • Don Primo Mazzolari - Il cuore e la spina

    Brano: Il Cuore e la spina - Don Primo Mazzolari

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  • Via Crucis Poetica

    Questa VIA CRUCIS è stata composta utilizzando alcune delle più belle pagine della letteratura moderna; esse sono la testimonianza di come la Passione di Cristo continui incessantemente a ispirare le coscienze più sensibili al mistero.

    Di volta in volta verrà proposta una lirica o una composizione, di cui sarà annunciato l’autore.

    Al termine di ogni stazione leggeremo insieme alcuni brani di una fervida litania dal titolo Ai piedi di Cristo, composta dal poeta francese PAUL VERLAINE (1844-1896); si tratta di uno dei più splendidi dialoghi mistici della poesia di tutti i tempi, tra l’anima del peccatore che non osa amare, e Gesù che quell’ amore esige senza scampo.

    Le roventi invocazioni finali, che leggerà il Sacerdote, formano la Preghiera a Cristo, di GIOVANNI PAPINI (1881-1956), e sono tratte dalla Storia di Cristo scritta dopo la sua conversione al cristianesimo.

     

    1^ STAZIONE

    GESÙ CONDANNATO A MORTE

    Il ricordo di Gesù, dello scrittore russo BORIS PASTERNAK (1890-1960) premio Nobel 1958, si rileva dalla poesia che l’autore attribuisce al protagonista del suo romanzo “Il dottor Zivago”.

     

    “L’orto del Gestsemani”

    Lo scintillio di lontane stelle un’indifferente

    luce gettava alla curva della strada.

    La strada aggirava il Monte degli Ulivi,

    giù, sotto di lei, scorreva il Cedron.

    In fondo c’era un orto, un podere.

    Lasciati i discepoli di là dal muro,

    disse loro: «L’anima mia è triste fino alla morte,

    rimanete qui e vegliate con me» (…)

    E aveva appena parlato che, chissà da dove,

    ecco una folla di servi, una turba di schiavi,

    luci, spade e, davanti a tutti, Giuda

    col bacio del tradimento sulle labbra. (…)

    …il libro della vita è giunto alla pagina

    più preziosa d’ogni cosa sacra.

    Ora deve compiersi ciò che fu scritto,

    lascia dunque che si compia…Amen. (…)

    Scenderò nella bara e il terzo giorno risorgerò,

    e, come le zattere discendono i fiumi,

    in giudizio da me, come chiatte in carovana,

    affluiranno i secoli dall’oscurità.

     

    Tutti: M’ha ferito, mio Dio, il tuo amore infinito,

    e la ferita in me a lungo vibra ancora.

    M’ha ferito, mio Dio, il tuo amore infinito.

    … ma quel che ho, mio Dio, lo dono a te.

    Sac.    Abbiamo bisogno di te, di te solo e di nessun altro. Tu solo, che ci ami, puoi sentire per noi tutti che soffriamo la pietà che ciascuno di noi sente per se stesso. Tu solo puoi sentire quanto è grande, immisurabilmente grande, il bisogno che c’è di te, in questo mondo, in questa ora del mondo.

    2^ STAZIONE

    GESÙ CARICATO DELLA CROCE

    Uno dei più acuti incontri poetici e umani col Cristo, maturato attraverso il dolore individuale e la corale sciagura della guerra, nei versi di GIUSEPPE UNGARETTI (1988 - 1970).

    ”Mio fiume anche tu”

    (…) Vedo ora nella notte triste,

    imparo,

    so che l’inferno s’apre sulla terra

    su misura di quanto l’uomo si sottrae,

    folle,

    alla purezza della Tua passione.

    Fa piaga nel Tuo cuore

    la somma del dolore

    che va spargendo sulla terra l’uomo;

    il Tuo cuore è la sede appassionata

    dell’amore non vano.

    Cristo,

    pensoso palpito,

    astro incarnato nell’umane tenebre,

    fratello che t’immoli

    perennemente

    per riedificare

    umanamente l’uomo,

    Santo, Santo che soffri,

    Maestro e fratello

    e Dio che ci sai deboli,

    Santo, Santo che soffri

    per liberare dalla morte i morti

    e sorreggere noi infelici vivi.

    D’un pianto solo mio non piango più,

    ecco, Ti chiamo,

    Santo,

    Santo, Santo che soffri.

     

    Tutti: Il timore di te m’ha colpito, o Signore,

    e quella piaga ardente ancora in me risuona.

    Il timore di te m’ha colpito, o Signore.

    … ma quel che ho, mio Dio, lo dono a te.

    Sac. Nessun altro, nessuno dei tanti che vivono, nessuno di quelli che dormono nella mota della gloria, può dare, a noi bisognosi, riversi nell’atroce penuria, nella miseria più tremenda di tutte, quella dell’anima, il bene che salva.

  • Attenzione! Esame di Costituzione e italiano in arrivo per tutti!

    E poteva forse essere diversamente? In queste ore, dopo i disordini avvenuti in una via di Milano abitata prevalentemente da immigrati

  • Giornata del Malato

    Stavo per scrivere qualche riflessione per la “voce dell’angelo” che, secondo accordi presi, avrebbe dovuto avere come argomento la Quaresima

  • IL SENSO CRISTIANO DEL DIGIUNO E DELL’ASTINENZA

    Il digiuno e l’astinenza - insieme alla preghiera, all’elemosina e alle altre opere di carità - appartengono, da sempre, alla vita e alla prassi penitenziale della Chiesa: rispondono, infatti, al bisogno permanente del cristiano di conversione al regno di Dio, di richiesta di perdono per i peccati, di implorazione dell’aiuto divino, di rendimento di grazie e di lode al Padre.

    Nella penitenza è coinvolto l’uomo nella sua totalità di corpo e di spirito: l’uomo che ha un corpo bisognoso di cibo e di riposo e l’uomo che pensa, progetta e prega; l’uomo che si appropria e si nutre delle cose e l’uomo che fa dono di esse; l’uomo che tende al possesso e al godimento dei beni e l’uomo che avverte l’esigenza di solidarietà che lo lega a tutti gli altri uomini. Digiuno e astinenza non sono forme di disprezzo del corpo, ma strumenti per rinvigorire lo spirito, rendendolo capace di esaltare, nel sincero dono di sé, la stessa corporeità della persona… La dottrina e la pratica del digiuno e dell’astinenza, da sempre presenti nella vita della Chiesa, assumono una fisionomia più definita negli ambienti monastici del IV secolo, sia con la sottolineatura abituale della frugalità, sia con la privazione del cibo in determinati tempi dell’anno liturgico. Nel medesimo periodo, sotto l’influsso degli usi monastici, le comunità ecclesiali delineano le forme concrete della prassi penitenziale.

    La pratica antica del digiuno consiste normalmente nel consumare un solo pasto nella giornata, dopo il vespro, a cui fa seguito, abitualmente, la riunione serale per l’ascolto della parola di Dio e la preghiera comunitaria. Si consolida, attraverso i secoli, l’usanza secondo cui quanto i cristiani risparmiano con il digiuno venga destinato per l’assistenza ai poveri e agli ammalati. “Quanto sarebbe religioso il digiuno, se quello che spendi per il tuo banchetto lo inviassi al poveri!”,  esorta sant’Ambrogio; e sant’Agostino gli fa eco: “Diamo in elemosina quanto riceviamo dal digiuno e dall’astinenza”…


  • Salvare la Vita

    Il 7 febbraio si festeggia la trentaduesima Giornata nazionale per la Vita.

  • SALVIFICI DOLORIS - Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II sul senso cristiano della sofferenza umana

    INDICE

    I. INTRODUZIONE

    II. IL MONDO DELL’UMANA SOFFERENZA

    III. ALLA RICERCA DELLA RISPOSTA ALL’INTERROGATIVO SUL SENSO DELLA SOFFERENZA

    IV. GESÙ  CRISTO: LA SOFFERENZA VINTA DALL’AMORE

    V. PARTECIPI ALLE SOFFERENZE DI CRISTO

    VI. IL VANGELO DELLA SOFFERENZA

    VII. IL BUON SAMARITANO

    VIII. CONCLUSIONE

    I. INTRODUZIONE


    Venerati fratelli e diletti figli,

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    1. "Completo nella mia carne - dice l’apostolo Paolo spiegando il valore salvifico della sofferenza - quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa". Queste parole sembrano trovarsi al termine del lungo cammino che si snoda attraverso la sofferenza inserita nella storia dell’uomo e illuminata dalla parola di Dio. Esse hanno quasi il valore di una definitiva scoperta, che viene accompagnata dalla gioia; per questo l’Apostolo scrive: "Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi". La gioia proviene dalla scoperta del senso della sofferenza, e una tale scoperta, anche se vi partecipa in modo personalissimo Paolo di Tarso che scrive queste parole, è al tempo stesso valida per gli altri. L’Apostolo comunica la propria scoperta e ne gioisce a motivo di tutti coloro che essa può aiutare - così come aiutò lui - a penetrare il senso salvifico della sofferenza.

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    2. Il tema della sofferenza - proprio sotto l’aspetto di questo senso salvifico - sembra essere profondamente inserito nel contesto dell’anno della redenzione come giubileo straordinario della Chiesa; e anche questa circostanza si dimostra direttamente in favore dell’attenzione da dedicare ad esso proprio durante questo periodo. Indipendentemente da questo fatto, è un tema universale che accompagna l’uomo ad ogni grado della longitudine e della latitudine geografica: esso, in un certo senso, coesiste con lui nel mondo, e perciò esige di essere costantemente ripreso. Anche se Paolo nella lettera ai Romani ha scritto che "tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto", anche se all’uomo sono note e vicine le sofferenze proprie del mondo degli animali, tuttavia ciò che esprimiamo con la parola "sofferenza" sembra essere particolarmente essenziale alla natura dell’uomo. Ciò è tanto profondo quanto l’uomo, appunto perché manifesta a suo modo quella profondità che è propria dell’uomo, e a suo modo la supera. La sofferenza sembra appartenere alla trascendenza dell’uomo: essa è uno di quei punti, nei quali l’uomo viene in un certo senso "destinato" a superare se stesso, e viene a ciò chiamato in modo misterioso.

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    3. Se il tema della sofferenza esige di essere affrontato in modo particolare nel contesto dell’anno della redenzione, ciò avviene prima di tutto perché la redenzione si è compiuta mediante la croce di Cristo, ossia mediante la sua sofferenza. E al tempo stesso nell’anno della redenzione ripensiamo alla verità espressa nell’enciclica Redemptor hominis: in Cristo "ogni uomo diventa la via della Chiesa". Si può dire che l’uomo diventa in modo speciale la via della Chiesa, quando nella sua vita entra la sofferenza. Ciò avviene - come è noto - in diversi momenti della vita, si realizza in modi differenti, assume diverse dimensioni; tuttavia, nell’una o nell’altra forma, la sofferenza sembra essere, ed è, quasi inseparabile dall’esistenza terrena dell’uomo. Dato dunque che l’uomo, attraverso la sua vita terrena, cammina in un modo o nell’altro sulla via della sofferenza, la Chiesa in ogni tempo - e forse specialmente nell’anno della redenzione - dovrebbe incontrarsi con l’uomo proprio su questa via. La Chiesa, che nasce dal mistero della redenzione nella croce di Cristo, è tenuta a cercare l’incontro con l’uomo in modo particolare sulla via della sua sofferenza. In un tale incontro l’uomo "diventa la via della Chiesa", ed è, questa, una delle vie più importanti.

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    4. Da qui deriva anche la presente riflessione, proprio nell’anno della redenzione: la riflessione sulla sofferenza. La sofferenza umana desta compassione, desta anche rispetto, e a suo modo intimidisce. In essa, infatti, è contenuta la grandezza di uno specifico mistero. Questo particolare rispetto per ogni umana sofferenza deve esser posto all’inizio di quanto verrà espresso qui successivamente dal più profondo bisogno del cuore, e anche dal profondo imperativo della fede. Intorno al tema della sofferenza questi due motivi sembrano avvicinarsi particolarmente tra loro e unirsi: il bisogno del cuore ci ordina di vincere il timore, e l’imperativo della fede formulato, per esempio, nelle parole di san Paolo, riportate all’inizio - fornisce il contenuto, nel nome e in forza del quale osiamo toccare ciò che sembra in ogni uomo tanto intangibile: poiché l’uomo, nella sua sofferenza, rimane un mistero intangibile.

  • La loro storia, la nostra storia

    Non ho avuto alcun dubbio sulla scelta dell’argomento per questo pezzo. Vista l’importante ricorrenza, mi è sembrato ovvio, giusto e doveroso parlarne. Già, parlarne.

  • Alla scoperta dei salmi scomparsi

    Con il Concilio Vaticano II i liturgisti hanno eliminato dal Salterio, per la prima volta nella storia, alcuni salmi imprecatori, per il timore che non fossero ben compresi e che quindi fossero inadatti alla preghiera. Sono considerati salmi imprecatori i numeri 9 - 10 - 11 - 12 - 14 - 28 - 52 - 58 - 59 - 62 - 64 - 75 - 82 - 83 - 94 – 109, ma grossi spunti sono disseminati un po’ ovunque anche tra gli altri salmi. In generale in tutta la Bibbia vi sono concetti espressi con eccessi verbali, colori accesi, esasperazione dei toni e la fiducia nella forza della parola stessa. Vanno contestualizzati alla luce della mentalità dell’uomo dell’Antico Testamento, spesso non in grado di distinguere tra nemici personali e nemici di Dio. Il concetto di aldilà, d’altronde, non era definito come invece lo è nella concezione evangelica, perciò il tempo della giustizia di Dio era completamente limitato a questa vita.

    I salmi imprecatori sembrano appartenere ad un universo differente da quello in cui si impone di amare i nemici e di pregare a favore dei propri persecutori. Già Marcione, nel secondo secolo d.C., affermò che nell’ambito biblico vi sono due volti della divinità: «l’una giudaica, feroce, guerriera, l’altra mite, placida e solamente buona e ottima».

    In realtà, come spiega Tiziano Lorenzin in un suo libro, “contro l’aggressione dei nemici Israele ha una sola arma, la preghiera. L’espressione di “salmi imprecatori” non è esatta, perché quelle che vengono chiamate impropriamente “imprecazioni” sono in realtà auguri e invocazioni rivolti direttamente a Dio, in un linguaggio passionale, non teleologico, affinché metta fine all’azione persecutoria dei nemici. È Dio il vero destinatario dell’aggressione dei nemici ed è la sua alleanza ad essere contrastata. Se Israele non viene salvato e i nemici puniti di fronte a tutti, è messa in pericolo la fede del popolo.”

    Già all’inizio del cristianesimo i padri e dottori della chiesa si sforzarono di “giustificare” questi salmi: in essi Giovanni Crisostomo vede la condiscendenza divina che “assume linguaggio, concezioni e verità umane ancora imperfette”; altri vi riconoscono una carica profetica. Agostino, ad esempio, ritiene che “le imprecazioni sono profezie che annunziano la giusta retribuzione e non la sete di vendetta. Dio punisce non per il piacere del male altrui, il che sarebbe rendere il male per il male, ma per amore della giustizia”. Origene commentando un versetto che recita: “I suoi figli rimangano orfani e vedova sua moglie” spiega: “non è una maledizione, ma una preghiera, perché tutte le parole sono simboliche: orfani sono i pensieri cattivi, vedova è l’anima che non riceve più il seme di Satana”.

    Per molti secoli i cattolici si sono sentiti in dovere, contro certe iniziative ritenute anticristiane, di pregare il Signore affinchè le contrastasse, recitando questi salmi. L’intenzione non era, si diceva, quella di giudicare le persone, ma soltanto gli atti, e che quindi dev’essere invocato il fallimento di un’iniziativa e non una maledizione verso i suoi autori, per i quali anzi si chiede la grazia della conversione.

    Rimane l’imbarazzo verso testi che non vengono più recepiti come di pura ispirazione divina come quando ha preso forma la Bibbia per come la conosciamo. Oggi la si concepisce come ispirata da Dio, ma pur sempre scritta dall’uomo, unico modo per ammettere concetti a noi eccessivamente estranei e lontani. Oggi, sull’esempio di Origene, tutte le parole stridenti sono simboliche.

    Cosa farne allora di questi salmi così sanguigni? Servono?

    Per cercare di avvicinare i ragazzi alla preghiera, si può proporre forse quello che un giovane non si aspetterebbe mai da un testo sacro: i salmi imprecatori. Si può canalizzare la loro giusta vena polemica e ribelle attraverso quei salmi che non si risparmiano nell’espressione di sentimenti che sono considerati moralmente riprovevoli. Se fino a quel momento qualche ragazzo ancora pensava che pregare volesse dire mostrare a Dio esclusivamente la propria parte migliore, ecco un’efficace dimostrazione del contrario. E il momentaneo stupore a riguardo lascia quasi sempre il posto ad un sospiro di sollievo.

    Anche la rabbia, i sentimenti distruttivi, il bisogno di vendetta e il male-dire contro coloro che sono causa della nostra sofferenza diventano preghiera quando sono portati con sincerità davanti a Dio. Non c’è bisogno di nascondere, condannare o cercare di negare questi sentimenti. Meglio tradurli in parole, guardarli in faccia e metterli nelle mani di Colui che ci conosce e non ci condanna per le nostre escandescenze.

    I salmi imprecatori offrono uno spunto per denunciare o per sfogarsi. Ci richiamano con l’energia della parola e la crudezza delle immagini a quei sentimenti che forse preferiremmo non provare ma che sarebbe pericoloso far finta di non vedere.

    Come giustamente ha osservato Enzo Bianchi «i salmi imprecatori sono anzitutto un antidoto al gravissimo male dell’indifferenza: essi discernono ciò che è male e lo denunciano come tale. Al tempo stesso demandano a Dio il castigo». C’è poi una dura verità messa in luce soprattutto dalla Teologia della liberazione: poiché “Cristo continua la sua agonia nei poveri”, censurare i salmi di supplica, vuol dire togliere la parola agli ultimi e impedire loro di gridare contro l’ingiustizia.

    Questa preghiera di David Maria Turoldo, riassume bene ciò che questi salmi dovrebbero rappresentare. Se accettassimo l’istintività dei sentimenti che ciascuno di noi ha potremmo trovare anche in questi salmi una forma autentica di rapporto con Dio.

     

    Solo tu, Dio, puoi perdonare, perciò è divino ogni uomo che perdona. Tu capisci se uno impreca, e converti anche le maledizioni in suppliche di giustizia. Non abbandonarci ai nostri spiriti di vendetta, ma donaci di pregare come tuo Figlio e di scoprire in lui la via dell’amore verso tutti i fratelli. Amen.

     

  • Svegliati

    Svegliati, perché dormi, Signore? Destati, non ci respingere per sempre.

     

  • Terremoto Haiti

     

    Anche www.annunziataspinazzola.org è solidale ai colpiti dal terremoto di Martedì ad Haiti. Potete inviare un sms al numero 48541 per donare 2 € (Valido per Vodafone,Wind,3,Tim e per rete fissa Telecom Italia)

  • Settimana di Preghiera per l'unità dei cristiani (18-25/01/10)

    Tra qualche giorno inizia, anche quest’anno, quella che viene definita la “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani:

  • Unità Pastorale a Spinazzola

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  • Il Pane

    È di un paio di giorni fa la notizia, fornita da tutti i giornali e i notiziari italiani, che a Milano, ogni giorno, vengono gettati via centottanta quintali di pane...

  • Auguri Don Primo!

    I “naviganti” che con regolarità visitano questo sito avranno notato che in più occasioni abbiamo proposto materiale di don Primo Mazzolari. Si è trattato, quasi sempre, di audiomelie, rarissimi reperti che testimoniano come dietro un pensiero lucido rilevabile nei suoi molti scritti, ci sia una voce limpida, vibrante, a volte commossa. In occasione del 120° dalla nascita vi vogliamo offrire una brevissima biografia, affinchè si intraveda l’uomo.

     

    Don Primo Mazzolari è stato un presbitero, scrittore e partigiano italiano. Conosciuto come “il parroco di Bozzolo”, fu sacerdote carismatico e profetico. Le sue idee, esposte in numerose opere, anticipano, a volte di decenni, alcune delle grandi svolte dottrinarie e pastorali del Concilio Vaticano II, in particolare relativamente alla "Chiesa dei poveri", alla libertà religiosa, al pluralismo, al "dialogo coi lontani", alla distinzione tra errore ed erranti.

    Il 13 gennaio 1890 nasce a Santa Maria del Boschetto, frazione rurale di Cremona, dove nel 1902 entra in seminario. Il 24 agosto 1912 è ordinato sacerdote a Verolanuova.

    Il 1 settembre 1912 è nominato curato a Spinadesco e il 22 maggio 1913 a Santa Maria del Boschetto. Il 31 dicembre 1921 è parroco a Cicognara e il 10 luglio 1932 diviene parroco di Bozzolo.

    Nel 1925 fu denunciato dai fascisti per essersi rifiutato di cantare il Te Deum dopo il fallito attentato a Mussolini. La notte del 1 agosto 1931 lo chiamarono alla finestra della canonica e spararono tre colpi di rivoltella che fortunatamente non lo colpirono. Dopo l'8 settembre 1943, partecipò attivamente alla lotta di liberazione, incoraggiando i giovani a partecipare, fu arrestato e rilasciato (tra l'altro nascose e salvò, durante la guerra, numerosi ebrei e antifascisti, come, dopo di essa, anche alcune persone coinvolte nel fascismo ingiustamente perseguitate). Dovette vivere in clandestinità fino al 25 aprile del 1945, per sottrarsi ai fascisti.

    Nel 1949 fonda il quindicinale Adesso del quale sarà direttore. I suoi scritti attireranno le sanzioni dell'autorità ecclesiastica che porterà a chiudere il giornale nel 1951. A luglio dello stesso anno venne imposto al sacerdote il divieto di predicare fuori diocesi senza autorizzazione e il divieto di pubblicare articoli senza una preventiva revisione dell'autorità ecclesiastica.

    Il quindicinale poté riprendere le pubblicazioni a novembre ma don Primo dovette lasciare l'incarico di direttore, continuò tuttavia a scrivere alcuni articoli sotto pseudonimi. Proprio alcuni di questi scritti sul tema della pace attirarono nuove sanzioni; nel 1954 infatti fu imposto a don Primo il divieto assoluto di predicare fuori la propria parrocchia e il divieto di pubblicare articoli riguardanti materie sociali.

    Se l'istituzione lo reprimeva con durezza, non per questo il messaggio di Mazzolari si spense; ebbe anzi una notevole influenza, anche se per vie più nascoste. Veniva regolarmente invitato da Ernesto Balducci agli incontri annuali dei preti scrittori. Gli echi della riflessione di Mazzolari sull'obiezione di coscienza si ritroveranno così nel mondo fiorentino di Ernesto Balducci, sino ai livelli politici di Giorgio La Pira e di Nicola Pistelli, e fino al punto più noto della "germinazione fiorentina", rappresentato nel 1965 dal don Lorenzo Milani di L'obbedienza non è più una virtù. Anche don Milani aveva collaborato con Mazzolari scrivendo articoli per Adesso.

    Con la pubblicazione anonima di Tu non uccidere, nel 1955, Mazzolari attaccava a fondo la dottrina della guerra giusta e l'ideologia della vittoria, il tutto in nome di un'opzione preferenziale per la nonviolenza, da sostenere con un forte «movimento di resistenza cristiana contro la guerra» e per la giustizia, vista come l'altra faccia della pace. È solo verso la fine degli anni cinquanta, negli ultimi mesi di vita, che don Primo Mazzolari cominciò a ricevere le prime attestazioni di stima da parte delle alte gerarchie ecclesiastiche. Nel novembre del 1957 l’arcivescovo di Milano Montini, futuro Papa Paolo VI, lo chiama a predicare presso la propria diocesi, nel febbraio del 1959 Papa Giovanni XXIII lo riceve in udienza privata e lo saluta pubblicamente "Tromba dello Spirito Santo della Bassa Padana".

  • Buon 2010 a tutti!

    Buon 2010

  • Buon Natale a tutti

    Don Primo Mazzolari - Cristo è con noi

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  • Auguri di Natale 2009

    Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,

    la pace del Signore Gesù regni nei vostri cuori.

    Tutti ci siamo sentiti in un clima di preparazione a queste feste Natalizie. Come e con chi trascorrere questi giorni di Festa, cosa preparare come addobbi e segni per esprimere tale Festa. Ma ciò che in modo particolare deve interpellarci è: Chi celebriamo?.

    Un giorno qualcuno chiedeva a un rabbino: «Ma Dio dov'è?».

    E quel rabbino rispose: «È lì dove lo si lascia entrare».

    Il tempo liturgico che abbiamo vissuto è quello dell’Avvento. La parola "avvento" vuoi dire venuta. L'Avvento cristiano è l'arrivo di Dio, la sua visitazione.

    Non è semplicemente la preparazione al Natale: è l'invito ad accorgersi che Dio passa, visita il suo popolo, bussa alla nostra porta.

    È l'invito a dare veramente attenzione a questo Dio che l'Apocalisse definisce come «colui che è, che era e che viene».

    Colui che è, perché Dio è;

    che era; ma anche che viene,

    che continua a venire, che sta arrivando.

    Siamo pronti ad accoglierlo? O viviamo distrattamente o profondamente addormentati dal benessere, dal torpore della vita borghese.

    Spesso ci sentiamo seduti, senza quella voglia di camminare, non abbiamo più ideali. Stiamo godendoci la vita, nulla di più.

    Viviamo dentro un sistema che non leggiamo, ma che ci sta portando letteralmente alla morte.

    Un sistema che permette a pochi di avere quasi tutto a questo mondo.

    Un sistema borghese che ci appiattisce tutti, che ci trasforma in cose.

    Non ci si accorge più di nulla, nemmeno della sofferenza altrui, non c'è più neanche la compassione, il "soffrire-con" chi soffre, e questo, in fondo, è il risultato del nostro benessere.

    Natale deve significare:

    Dio è arrivato qui, apri gli occhi alla speranza.

    Natale deve significare:

    Dio è arrivato qui, apri gli occhi alla conversione.

    Natale deve significare:

    Dio è arrivato qui in Gesù Cristo, apri il cuore alla vita.

    Signore fa che cadano i soli e le lune vecchie e che nasca per noi il sole nuovo e la luna di vita nuova ritrovata: la vita della solidarietà.

    Rendici solidali con il tuo progetto di vita e con le attese dell'umanità di oggi.

     

    La Comunità dei Frati

    e la Comunità Parrocchiale

  • In attesa del Natale

    La scorsa settimana si è conclusa la Novena all’Immacolata, che rappresenta il primo periodo dell’Avvento,

  • I minareti. Riflessioni in ordine sparso (e scarso)

    E dopo la storiaccia della delibera anti-Crocifissi lanciata dalle Più Alte Sedi Giudiziarie europee,

  • Da domani si farà l’appello agli educatori affinché giochino le loro carte!

    In occasione del Compleanno dell'Oratorio pubblichiamo un articolo giunto in Redazione in questi giorni. 
    Per il bene dei ragazzi, da domani facciamo l’appello degli educatori: chissà che prima o dopo finiscano le giustificazioni disponibili e vengano di persona a vedere come stanno crescendo quei giovani dei quali tanto sanno e poco apprezzano, tanto dicono e poco sperano, tanto osservano e poco toccano!

    Oggi si sente parlare su tutti i canali di crisi educativa, in internet digitando su google si può accedere a decine di libri sull’educazione, i giornali parlano di gioventù deviata e gli anziani di gioventù bruciata! Ma ci siamo mai chiesti se una piccola parte di tempo e di energie che tutte queste persone dedicano a riempire fogli sull’educazione viene impiegata per educare qualcuno come dice la parola stessa, cioè condurre a buon fine?

    Ci siamo mai chiesti quanto tempo ci vuole per addestrare un cane? Tanto! Ci vuole tempo, energia, passione, dedizione e tante altre cose. E dopo tutto questo mix di belle parole, possiamo dire solo di aver addestrato un cane! E per educare un ragazzo, cosa pensiamo che ci voglia: libri sull’educazione? Articoli sulla società dei giovani devianti? Servizi televisivi sulla droga e i rispettivi effetti? Presenza, affetto, passione, amorevolezza: questo è quello che non ha detto o scritto ma fatto quel prete che tutti amano ma pochi vivono con radicalità! Questo è quello che ha scritto a suo tempo su suggerimento del Papa perché fosse utile ai posteri, non perché i posteri rinunciassero a stare un pomeriggio con i loro ragazzi per copiare in bella, semmai nel linguaggio corrente gli appunti di don Bosco.

    Non è  possibile continuare a leggere sull’educazione qualsiasi cosa, qualsiasi esempio, tutti sanno tutto e poi si alza lo sguardo, si tira la tenda della finestra di casa che dà sull’Oratorio e si vede un incaricato (dell’Oratorio) tutto solo che impazzisce per tenere a bada 20 - 25 ragazzetti che, non sapendo in che modo riempire le giornate, distruggono tutto forse invidiosi di chi ha potuto costruire quelle cose.

    Quanto tempo impieghiamo per il lavoro? Alla fine pretendiamo una degna retribuzione. Quanto tempo impieghiamo per lo studio? Alla fine pretendiamo almeno almeno una laurea. Quanto tempo impieghiamo per l’educazione dei giovani? Alla fine cosa possiamo pretendere? Assolutamente niente! Il tempo fa miracoli, e la presenza è come il sole, al momento attuale illumina e con il tempo abbronza. Si vedono da lontano le persone abbronzate dalla presenza costante di educatori attenti, e tutto quello che hanno dentro non è capacità o impegno, è frutto di possibilità! La possibilità di essere protagonisti anche solo per un attimo del mondo dei “grandi” che sta diventando ormai il mondo dei “vecchi” e se aspettiamo ancora un po’ diventerà presto il mondo dei “morti”, (…) Poi entri in classe e la prima cosa che si fa per il bene dei ragazzi qual è? L’appello. Giusto, perche no! D’altra parte per avere una buona preparazione bisogna essere presenti a scuola altrimenti si resta asini, e agli educatori o agli adulti l’appello si fa mai? Quante volte ci si trova con gli oratori vuoti, la Parrocchie troppo piene di cose e troppo vuote di persone, persone che sanno fermarsi, stare lì, proporsi, accogliere, amare. Per il bene dei ragazzi, da domani facciamo l’appello degli educatori, chissà che prima o dopo finiscano le giustificazioni disponibili e vengano di persona a vedere come stanno crescendo quei giovani dei quali tanto sanno e poco apprezzano, tanto dicono e poco sperano, tanto osservano e poco toccano!

    (Quaderni Cannibali) Dicembre 2009 - autore: Un animatore salesiano

    Fonte

  • Tutto è vostro

    La storia del mondo e delle persone racconta da sempre che chiunque,

  • INEFFABILIS DEUS - Costituzione apostolica di Pio IX per la proclamazione del dogma dell'Immacolata concezione di Maria

    Dio ineffabile, le vie del quale sono la misericordia e la verità; Dio, la cui volontà è  onnipotente e la cui sapienza abbraccia con forza il primo e l'ultimo confine dell'universo e regge ogni cosa con dolcezza, previde fin da tutta l'eternità la tristissima rovina dell'intero genere umano, che sarebbe derivata dal peccato di Adamo. Avendo quindi deciso, in un disegno misterioso nascosto dai secoli, di portare a compimento l'opera primitiva della sua bontà, con un mistero ancora più profondo – l'incarnazione del Verbo – affinché l'uomo (indotto al peccato dalla perfida malizia del diavolo) non andasse perduto, in contrasto con il suo proposito d'amore, e affinché venisse recuperato felicemente ciò che sarebbe caduto con il primo Adamo, fin dall'inizio e prima dei secoli scelse e dispose che al Figlio suo Unigenito fosse assicurata una Madre dalla quale Egli, fatto carne, sarebbe nato nella felice pienezza dei tempi. E tale Madre circondò di tanto amore, preferendola a tutte le creature, da compiacersi in Lei sola con un atto di esclusiva benevolenza. Per questo, attingendo dal tesoro della divinità, la ricolmò – assai più di tutti gli spiriti angelici e di tutti i santi – dell'abbondanza di tutti i doni celesti in modo tanto straordinario, perché Ella, sempre libera da ogni macchia di peccato, tutta bella e perfetta, mostrasse quella perfezione di innocenza e di santità da non poterne concepire una maggiore dopo Dio, e che nessuno, all'infuori di Dio, può abbracciare con la propria mente.

    Era certo sommamente opportuno che una Madre degna di tanto onore rilucesse perennemente adorna degli splendori della più perfetta santità e, completamente immune anche dalla stessa macchia del peccato originale, riportasse il pieno trionfo sull'antico serpente. Dio Padre dispose di dare a Lei il suo unico Figlio, generato dal suo seno uguale a sé, e che ama come se stesso, in modo tale che fosse, per natura, Figlio unico e comune di Dio Padre e della Vergine; lo stesso Figlio scelse di farne la sua vera Madre, e lo Spirito Santo volle e operò perché da Lei fosse concepito e generato Colui dal quale egli stesso procede.

  • ...ancora un saluto di P.Matteo dal Venezuela

    P. Matteo

    Scusate il ritardo nello scrivervi. Sarò molto breve. Vi ringrazio ancora per lo spazio dato alla missione e per quello che vorreste dare, speriamo non deludervi e non sprecare il braccio che ci offrite. Vi ringrazio ancora per l'iniziativa, che mi pare bella nella grafica e ricca nei contenuti. Vi ringrazio per l'amore e la generosità profusi; il Signore saprà come ripagarvi, sicuro che già lo sta facendo. Il commento al vangelo, che leggo quando la connessione me lo permette, è un piccolo gioiello, breve e profondo, specchio di quello che è l'autore.

    Vi saluto e ci teniamo in contatto. E, come si usa terminare spesso qui: Dios les bendiga!!!

  • Con lui o contro di lui

    Personalmente sono favorevole al mantenimento del crocifisso nelle scuole e altrove.

  • La Liturgia come gioco

    Papa Benedetto XVI

    Che cos’è la liturgia? Spesso le risposte che ci vengono date sono molto seriose, ma poco chiare. Nel 1999 l’allora card. Ratzinger scrive un libro - Introduzione allo spirito della liturgia – iniziando proprio dalla rielaborazione di una teoria che spiega il posto della liturgia nella realtà facendo riferimento al ruolo e significato del gioco.


    Che cosa si intende per «liturgia»? Che cosa avviene in essa? In quale tipo di realtà ci imbattiamo in essa?

    Negli anni Venti del 1900 si fece il tentativo di ricomprendere la liturgia come «gioco»; il punto di paragone era anzitutto il fatto che la liturgia, come il gioco, ha regole proprie e crea un suo mondo che vale quando si entra in essa e che poi, altrettanto naturalmente, viene meno quando il «gioco» finisce. Un altro punto di paragone era che il gioco è sì dotato di senso, ma allo stesso tempo è libero e, proprio per questo, ha in sé qualcosa di terapeutico, anzi, di liberatorio, dal momento che ci fa uscire dalla vita di tutti i giorni e dai fini che la caratterizzano, insieme con le costrizioni che questi ultimi comportano, liberandoci quindi, per qualche tempo, da tutto ciò che opprime la nostra vita lavorativa. Il gioco sarebbe, per così dire, un altro mondo, un'oasi di libertà in cui possiamo per un momento lasciar scorrere liberamente l'esistenza; di tali momenti di evasione dal potere del quotidiano noi abbiamo bisogno per riuscire a sopportarne il peso. In questo ragionamento c'è qualcosa di vero, ma una simile osservazione non può bastare. Infatti, se così fosse, sarebbe in fondo del tutto secondario a quale gioco giochiamo; tutto ciò che si è detto può essere applicato a qualunque gioco, il cui necessario e intrinseco legame al rispetto delle regole sviluppa subito la sua particolare fatica e conduce a situazioni a loro volta intricate; si pensi al mondo attuale dello sport, ai campionati di scacchi o ad altri giochi: dovunque si vede che il gioco, dal totalmente altro di un mondo diverso o di un non-mondo, subito diventa un pezzo di mondo, con sue leggi, sempre che non voglia perdersi in puri, vuoti trastulli.

    C'è ancora un aspetto di questa teoria del gioco che merita di essere menzionato e che ci porta molto più vicino all'essenza particolare della liturgia: il gioco dei bambini appare in molti suoi aspetti una sorta di anticipazione della vita, un addestramento a quella che sarà la loro vita successiva, senza però comportare tutto il peso e la serietà di quest'ultima. Allo stesso modo la liturgia potrebbe ricordarci che noi tutti, davanti alla vera vita, cui desideriamo arrivare, restiamo in fondo come dei bambini o, in ogni caso, dovremmo restare tali; la liturgia sarebbe allora una forma completamente diversa di anticipazione, di esercizio preliminare: preludio della vita futura, della vita eterna, di cui Agostino dice che, a differenza della vita attuale, non è intessuta di bisogno e di necessità, ma in tutto e per tutto della libertà del donare e del dare. La liturgia sarebbe allora riscoperta del nostro vero essere bambini, dentro di noi, dell'apertura alla grandezza che ci sta davanti e che non è ancora compiuta con la vita adulta; essa sarebbe una forma ben definita della speranza, che anticipa la vera vita, che ci introduce alla vita autentica - quella della libertà, dell'immediatezza con Dio e della totale apertura reciproca.

     

    Joseph Ratzinger

  • I morti e la comunione dei Santi

    Siamo a metà novembre, il mese che ci vede occupati, più che in altri momenti dell’anno

  • Sant' Elisabetta d'Ungheria

    Figlia di Andrea, re d'Ungheria e di Gertrude, nobildonna di Merano, ebbe una vita breve. Nata nel 1207, fu promessa in moglie a Ludovico figlio ed erede del sovrano di Turingia. Sposa a quattordici anni, madre a quindici, restò vedova a 20. Il marito, Ludovico IV morì ad Otranto in attesa di imbarcarsi con Federico II per la crociata in Terra Santa. Elisabetta aveva tre figli. Dopo il primogenito Ermanno vennero al mondo due bambine: Sofia e Gertrude, quest'ultima data alla luce già orfana di padre. Alla morte del marito, Elisabetta si ritirò a Eisenach, poi nel castello di Pottenstein per scegliere infine come dimora una modesta casa di Marburgo dove fece edificare a proprie spese un ospedale, riducendosi in povertà. Iscrittasi al terz'ordine francescano, offrì tutta se stessa agli ultimi, visitando gli ammalati due volte al giorno, facendosi mendicante e attribuendosi sempre le mansioni più umili. La sua scelta di povertà scatenò la rabbia dei cognati che arrivarono a privarla dei figli. Morì a Marburgo, in Germania il 17 novembre 1231. È stata canonizzata da papa Gregorio IX nel 1235.

  • Ora cresce insieme ciò che deve stare insieme

    Una storia che si srotola lungo ventotto durissimi anni, quella della Germania del dopoguerra. O delle Germanie.

  • Primo Mazzolari - La moneta per l'Aldilà

    Brano: La moneta per l'Aldilà - Don Primo Mazzolari

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  • La Voce dell'Angelo - I nostri fratelli maggiori

    È della scorsa settimana la notizia per cui la Santa Sede ha fissato per il 17 gennaio 2010 la visita di Benedetto XVI alla comunità israelitica della Sinagoga di Roma;

  • 27 Ottobre - 25° d'Ordinazione di P. Nicola



    ________________________________________

    La nostra parrocchia ha una certa dimestichezza con la presenza della vita religiosa. Quando venne istituita, nel dicembre del 1938, venne affidata ai Frati Minori Conventuali, ritornati a Spinazzola dopo un’assenza protrattasi dal 1808, anno della soppressione detta “napoleonica” degli ordini religiosi anche nel vecchio regno di Napoli. Inoltre già da tempo nell’area della parrocchia era presente una casa della Congregazione delle Suore missionarie del Sacro Costato, che vivono tuttora a pochi passi dalla chiesa parrocchiale. Ma forse una pur così lunga convivenza non è bastata a chiarire del tutto la vera natura di quella che chiamiamo «vita consacrata» o religiosa. Almeno nel caso di quella maschile, infatti, che spesso viene identificata comunemente con il sacramento dell’Ordine sacro, e in particolare il sacerdozio. Che però sono cose del tutto diverse tra loro, anche se molto spesso religiosi uomini sono anche presbiteri (il che certo non facilita la distinzione!). E allora? Beh, non è il luogo e il momento di spiegare «che cos’è» la vita consacrata, discorso che ci condurrebbe davvero troppo lontano, ma senz’altro possiamo con ragione ringraziare il Signore per questa presenza nella nostra comunità. Quale ragione? La principale «ragion d’essere» della vita consacrata è quella non di guidare più o meno efficacemente parrocchie, celebrare sacramenti, predicare o cose del genere, tutte funzioni per le quali una consacrazione religiosa certo non è essenziale, ma è molto più alta! È l’aspirazione a rappresentare agli occhi della Chiesa e del mondo addirittura il destino di beatitudine piena ed eterna che Dio ha destinato a coloro che lo amano, ad essere tra il popolo dei battezzati un’anticipazione, povera e imperfetta finché si vuole, in quanto umana, ma vera, quanto è vera la parola annunciata, anche se non realizzata, da Dio per mezzo dei profeti, della vocazione che attende tutti i discepoli di Cristo: la comunione con Dio. I consacrati, con la loro esistenza di totale dedicazione a Dio, sintetizzata nella formulazione dei tre classici «voti» di povertà, obbedienza e castità, e la scelta della vita comunitaria, non fanno che presentare al nostro sguardo, come in un segno vivo, il destino preparato per noi, quando impareremo a vivere della sola ricchezza che è Dio, non vorremo altro da ciò che egli vuole e lo ameremo dello stesso amore, eterno ed infinito, col quale egli ci ha amato, e non da solitari, ma uniti a Dio e tra di noi da una fraternità che finalmente realizza la pace e la riconciliazione promessa dal Regno dei beati, il regno dei poveri e di coloro che avranno avuto misericordia, dei miti e di coloro che hanno fame e sete della giustizia. La vita consacrata, allora, non è un “contorno” (magari superfluo) di altro (per esempio il ministero sacerdotale), né una “struttura” con tutta la sua a volte pesante tradizione, né un “posto” onorevole nel mondo ecclesiastico, né una “devozione” rispettabile per questo o quel fondatore o fondatrice, né tanto meno un elemento caratteristico ma del tutto esterno come un particolare abito ; piuttosto la vita consacrata, come ci ha insegnato il Concilio, soprattutto nella Lumen gentium, è nel cuore stesso del mistero della Chiesa, è parte del suo modo di esistere e manifestare appunto quel Regno del quale essa è inizio e anticipazione qui sulla terra. Non è una vita per cristiani “più perfetti”, ma solo un modo di obbedire a Dio con tutto se stessi, con semplicità e piena consapevolezza dei propri limiti, ma anche con fede, senza la quale nulla di ciò avrebbe alcun senso.

    I motivi per ringraziare il Signore della presenza della vita consacrata a Spinazzola (alle forme più tradizionali di essa andrebbero poi aggiunte altre espressioni, meno visibili ma altrettanto “reali”, come quella degli istituti secolari, che pure qui non mancano) dunque non mancano. E già che ci siamo, chiediamogli che, se egli vuole, questa luce divenga più autentica e brillante: non stanchiamoci di pregare!

    Fr. Massimo Ruggiero


  • Auguri P. Nicola

    Auguri per i tuoi 50 anni!!!!!
    (e non chiederci dove abbiamo preso le foto) Linguaccia





    Clicca qui per vedere tutte le foto ingrandite

  • La Voce dell'Angelo

    “Anche tu per evangelizzare il mondo.

    Non ti si chiede nulla di straordinario,

  • Messaggio dal Venezuela da P. Matteo

     

    In occasione al mese missionario (Ottobre appunto) abbiamo chiesto un saluto a P. Matteo in missione nel Venezuela.

    Appena tornato in Venezuela, il primo ottobre, inizio del mese missionario, mi sono trovato con la richiesta della redazione circa un saluto resoconto sulla Missione stessa. Attraverso il sito - e per mancanza di tempo in questo frangente - mi limiterò solo al saluto e ai ringraziamenti alla comunità di Spinazzola, sempre molto sensibile verso la nostra realtà francescana in terra venezuelana. Lo faccio con molto piacere e con un senso di provvidenziale sollievo, per non essere venuto tra voi durante la mia permanenza in Puglia, come invece avevo fatto o mi era riuscito durante gli anni precedenti. Vi ho pensato molto e vi chiedo scusa, ma spesso il tempo diventa un vero tiranno.
    Il mio personale saluto vi giunge, naturalmente, dal Seminario Misionero Franciscano "S. José de Cupertino", dove attualmente siamo tre formatori stabili e uno di passaggio per un anno, a fronte di... 7 postulanti. Certo, non più i numeri di una volta. La crisi vocazionale è ormai un dato di fatto anche qui, unita forse a un lavoro pastorale non così incisivo e propositivo. Pregate perciò anche per le vocazioni venezuelane, oltre che per le italiane. A volte mi chiedo se sto perdendo un po' del mio tempo, pensando alle necessità pastorali pugliesi o degli altri conventi di qua. È una bella tentazione. Penso però che Dio mi abbia posto qui, per volere dei miei superiori passati e presenti, indipendentemente da quello che sono e dalle gratificazioni "personali" che si possano avere. E così anche gli altri formatori.
    Come già detto, accompagnateci con la vostra simpatia e le preghiere. Grazie. E che il mese missionario risvegli in ciascuno di noi l'orgoglio e la gioia di annunciare il vangelo, dovunque ci si trovi. Pace e Bene.

    Potete visualizzare il suo blog cliccando QUI e le sue foto QUI

     

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